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Trafitti da una manciata di proiettili, per loro fu subito sera. Stephen Paddock

Una spiegazione della strage di Las Vegas? Forse i più saggi sono quelli che nemmeno li leggono i giornali e pensano che una vera spiegazione non ci sia. Punto. Ma sono in molti “suggestionati” dal mistero di questo Paddock tra cui io sottoscritto che non riesco a non pensarci. 


Me lo immagino in un giorno qualsiasi, qualche mese prima della strage, quando si sveglia la mattina a Mesquite e comincia la sua giornata dando un’occhiata alla finestra. Sicuramente rivolta alle montagne del Nevada, lontane e bellissime, come da noi può essere il mare visto da lontano. Una città USA che google map mostra in foto come pulita, benestante, con case basse e rarefatte, circondata da una natura spaziosa e parzialmente desertica. Alcuni negozi, resort, un centro commerciale, parcheggi troppo grandi previsti per una popolazione in crescita e che è più che raddoppiata passando da 9,4 mila abitanti nel 2000 a 19,9 mila nel 2008. Richiamata da due casinò che dimostrano l’intenzione degli imprenditori di intercettare la domanda di gioco d’azzardo, soprattutto anziana, prevista in espansione. Un degno satellite di Las Vegas. 

Quest’uomo ha una compagna che gli ha dormito accanto. Si salutano e fanno colazione insieme. Lei sa che qualcosa non va nel partner ormai da troppi giorni, ma preferisce non approfondire, non disturbarlo. Si sente inferiore a lui sia d’età che economicamente. Una convivenza così…leggera come ce ne sono tante. 

Lei Danley, la sua compagna, lavorava a Mesquite nel casinò locale “il fiume Vergine”. Vestita come le altre con gonna nera strettissima... girando tra i giocatori d’azzardo mentre, in ozio, erano intenti a guardare le corse dei cavalli, prenotava scommesse. Cattolica, assisteva spesso alla messa domenicale in una chiesa locale. 
Ha detto agli investigatori che negli ultimi mesi Paddock sembrava stare peggio del solito, sia mentalmente che fisicamente. Poi però lei se ne è andata comunque nelle Filippine; due settimane prima. 

Ho schizzato questo ritratto e potrei allungarmi per parlare del fratello Eric e della madre semplicemente per illustrare il concetto per il quale la “malattia” non stava solo nella testa di Paddock. In ognuna delle teste di parenti prossimi che lo hanno circondato manca qualcosa. Penso che manchi la tenerezza... qualcosa che ha a che fare con la compassione... in un ambiente umano che somiglia vagamente a quello del Grande Gatsby. Forse manca in tutti gli americani , ma ne parlerò ancora in altre occasioni. 

C’è poi qualcosa di “svitato” nella costituzione americana e quindi in tutti gli americani. Dopo la strage la vendita delle armi ha avuto un aumento. Dicono che il mercato libero delle armi non c’entra, ma intanto la strage è stata direttamente proporzionale al numero e alla potenza delle bocche da fuoco e se Paddock avesse potuto acquistare una piccola bomba atomica, la strage  sarebbe stata ancora più grande. 

Ubriaco di gioco d’azzardo o forse approdato al terrorismo a questo punto non fa molta differenza. Perché si pone l’eterno quesito: come fa uno ad accorgersi che sta diventando matto e come può da solo arginarsi? 

Tra le varie fonti vedi: https://www.nytimes.com/2017/10/07/
us/stephen-paddock-vegas.html

Pubblicato il 11/10/2017 alle 12.9 nella rubrica diario.

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