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Vincenzo10

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Voglio essere curato

diario 30/9/2017

Per tornare a Platone, la gente che vede solo i cavalli - nel nostro caso i delinquenti in cronaca - e perciò vede solo chi ha commesso il delitto, non ha gli occhi della mente per vedere il nostro Sistema Carcerario, questo Grande Satana che inghiotte persone che sbagliano e restituisce delinquenti scaltriti.

Stavo cercando degli esempi di mal funzionamento della istituzione carceraria quando ieri sera (29set) al TG1 h20 hanno dato una delle solite notizie di stupratori. 
Un certo Bianchi di 40 anni “arrestato nel 2006” per aver abusato di 20 ragazzine e rimesso in libertà dopo otto anni di carcere ha di nuovo seguito una ragazzina fin dentro l’androne di casa e lì l’ha bloccata e violentata. Avrebbe dovuto scontare 12 anni ed è uscito prima per sconti di pena regolarmente previsti dalla legge. 

Ma la cosa singolare che viene “a fagiolo” a dimostrazione di ciò che vado pensando da qualche tempo è che il tizio poco dopo arrestato ha dichiarato ai giornalisti. “Speravo di essere guarito, avevo una fidanzata e volevo sposarmi. Ci sono ricaduto e voglio essere curato”. Ha detto proprio così: “voglio essere curato”. 

Dato che, con ogni evidenza, si tratta di una frase ipocrita, aggiustata sulle circostanze, io prego chi mi legge di riflettere sul perché questa persona ha scelto di dire proprio questa frase. A me appare evidente un qualcosa che si apprende in carcere, negli ascolti delle linee di difesa avvocatesche, dove la verità giuridica è una cosa e la verità umana è un'altra….  
Mi appare poi evidente che nessuno ha valutato la grave responsabilità di concedere ben quattro anni di sconto di pena sulla base di un serio accertamento “sulla persona reale”, e su quale processo rieducativo l’avesse coinvolta. 

Ma non è solo questa la disfunzione che potrebbe essere ascritta a debolezza tecnica e organizzativa. Il fatto è che qui è in gioco “la malattia mentale” ovvero qualcosa che, per molti, non può essere vista e controllata né dare certezze se è presente e tanto meno se è guarita. Per cui un arrestato che si presenta e dice: “Voglio essere curato” si troverà di fronte quasi certamente a un processo con dibattito accademico tra avvocati. Rimbalzeranno gravi parole tra la difesa che ha già il terreno approntato dalle dichiarazioni dello stesso imputato e  infatti dirà che lui ha sbagliato ancora una volta, è vero, ma che è disposto a curarsi. E la accusa che marcherà il carattere refrattario dell’individuo. 

Questo esempio io l’ho portato per ribadire il concetto che la rieducazione, esito esclusivo della compassione nella istituzione carceraria, è una faccenda seria, che ha bisogno di progettazione continua da parte di esperti, di personale specializzato, di strutture adeguate, di tanti soldi. E' una rieducazione modulata da indicatori di percorso e di esito assolutamente affidabili e oggettivi e avente poco a che fare con la logica dei permessi o semilibertà o riduzioni di pena. 
Non è una scusa plausibile che un sistema di rieducazione possa essere messo in crisi dal lato psicologico, apparentemente imponderabile, della persona umana. 
Siamo una civiltà che lavora con la psicologia per fare marketing, che usa la psicologia per selezionare il personale etc. e non sappiamo rieducare in carcere? 

Infine. Avere un ambiente fisico carcerario idoneo non è la soluzione ma è la premessa di programmi rieducativi efficaci. Se non c’è nemmeno l’ambiente fisico che la legge dovrebbe garantire, le cose si mettono male. 
Pubblicato su Repubblica il 31- lug -17 in uno dei tanti ritratti della situazione si dice: 
<< L’Associazione Antigone denuncia un tasso di affollamento carcerario del 113,2% in Italia. Ogni detenuto non dispone neanche di quei 3 mq di spazio personale previsti dalla legge. I suicidi sono già arrivati a 29, dall'inizio dell'anno>> 

Diciamo che NON VOGLIAMO imboccare con decisione la strada di una riforma carceraria seria.

Riferimento qui: http://www.repubblica.it/solidarieta/
dirittiumani/2017/07/31/news/carceri_in_italia_crescono_pericolosamente_
sovraffollamento_e_suicidi-172043754/

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Carcere e compassione

diario 21/9/2017

Quando diciamo che qualcosa è barbara pensiamo istintivamente a qualcosa “senza pietà”. Impressione di barbarie netta e inequivocabile se andiamo ad assistere alla esecuzione di una condanna a morte o se ci capita di visionare filmati di esecuzioni capitali. 
Ognuno di noi sente sicuramente qualcosa di straziante quando vede il condannato trascinato semisvenuto da due persone e, pieno di paura, si orina addosso. Maggiormente ancora per le scene di tortura. A questa sensazione, di strazio, di pena, di pietà, viene dato il nome di compassione.

Nell’ambito della storia della giustizia penale, quando il sentimento di compassione è stato accolto, si è avuto l’abolizione della pena di morte e della tortura. Nel nuovo contesto si è abbandonata l’idea del valore educativo della paura della morte e/o della disumanità del trattamento detentivo e si è dato risalto alle certezze. 
Come è noto, in gran parte dei paesi civili, la deterrenza è affidata alla certezza della pena e della detenzione nonché a un impegnativo programma rieducativo. 

Su questo argomento: ecco dove il pensiero mi ha portato nel corso degli ultimi anni, ecco a quali conclusioni sono giunto, ecco come vedo oggi la questione del carcere.  

La rieducazione è una faccenda seria, che ha bisogno di progettazione continua da parte di esperti, di personale specializzato, di strutture adeguate. Tutto perché mobilita il detenuto in attività fisiche e culturali senza lasciarlo mai troppo solo o in balia di altri detenuti. Più di un normale percorso scolastico. Perciò costa molto ma vale molto. 
Indice di qualità della società civile, punta alla re-integrazione di soggetti devianti sia per motivi sociali che individuali e oggi, anche per motivi pseudoreligiosi. 
Al centro di un modello ideale c’è la concezione del carcere come istituzione rieducante di alto profilo che si mostra ai cittadini nella forma di “casa della salvezza” sia per quelli che vi devono esser detenuti e sia per la società nel suo insieme che ne riceve i frutti di autentici recuperi di umanità. 

Una rieducazione ideale necessita di indicatori di percorso e di esito assolutamente affidabili e oggettivi e ha poco a che fare con la logica dei permessi o semilibertà o riduzioni di pena. Infatti l’erogazione di questi sconti ha come scopo di portare l’individuo verso la buona condotta in carcere con l’idea che la buona condotta possa essere indice oggettivo di ravvedimento. Il che non è o lo è solo in modo parziale se non addirittura contrario allo scopo, se si costringe l’individuo ad accettare ipocritamente o rassegnatamente condizioni disumane o soltanto noiose, nella speranza di una riduzione di pena. 

Queste mie idee si compongono in un modello astratto, se volete un sogno, ma che consentono di osservare la pratica esistente concretamente in Italia con un occhio “giusto”, coerente col principio di compassione. Nel concreto dell’istituzione carceraria la compassione è rieducazione. E se non si fa più che bene si rischia (come dimostrerò in post successivi) di creare dei mostri. 
Non la compassione in sé ma è quella mal posta o quella pelosa (cioè ipocrita) che genera danni assai superiori a quelli che un “buon cuore” potrebbe causare per ingenuità. 

Un esempio banale è la concessione di sconto di pena per buona condotta. 
Una cosa è se per buona condotta intendiamo una partecipazione attiva con adeguata crescita della volontà e della consapevolezza, e una cosa è se intendiamo un comportamento tranquillo, rispettoso delle regole carcerarie, rassegnato alla vita del carcere qualunque essa sia, compresa anche la noia come fondamento della redenzione. 

Che di questo però si tratti è evidente nella avvilente realtà del sovraffollamento e delle conseguenti amnistie. Ho capito anch’io che non si costruiscono più ambienti, più spazi e strutture carcerarie, più personale esperto, più rieducazione, sia perché non ci sono mai i soldi e sia perché non si vuol fare. Creando nei fatti una convergenza con i detenuti dalla buona condotta che tale la mostrano a fronte di cattive condizioni di vita convinti di incappare prima o poi in una amnistia che li liberi.

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Indi col piede calcato il petto ne ritrasse il telo

diario 11/9/2017

C’è un sentimento che oltre le ideologie (forse non del tutto in crisi come si dice), oltre le fobie che si accendono verso i diversi, oltre le antipatie accese da istigazione politica, oltre il ruolo sociale, oltre il ruolo professionale etc. si può definire indicatore di opposti tipi di umanità. E’ il sentimento di compassione. Separa chi lo vive come elemento positivo della propria personalità e di conseguenza tende ad espanderlo e a coltivarlo, chi invece lo vive come negativo e tende a comprimerlo e ad estirparlo da sé e dagli altri e c’è chi lo vive e basta senza tanto domandarsi che cosa sia e dove porti. 

Una radice compassionevole – probabilmente - è connaturata all’essere umano perché quando all’istinto non si sovrappone una costruzione razionale (morale o amorale o immorale che sia) e al posto dell’altro c’è un bambino piccolo o un animale (un cane, un gatto, un canarino, un agnellino etc. ) si nota lo sprigionarsi della tenerezza. 

Pascoli nella famosa poesia del 10 agosto non a caso accosta l’uccisione di un uomo (il padre) a quella di una rondine. L’immagine della rondine che “Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano” suscita indubbiamente un’emozione robusta di tipo “buonista”. 
Poi credo che tutti converrete che, nel grande mondo dei consumi, il settore degli animali come oggetti di amore compassionevole si mantiene in crescita. 

Come già per altri concetti (p. es. la prepotenza) userò l’Iliade per illustrare cosa è la pietà (sinonimo di compassione) e il suo opposto. Userò l'episodio della morte di Adrasto con attenzione ai dettagli. 

Per esempio perché dopo il feroce rimbrotto di Agamennone il verso di Omero dice: Cangiò di Menelao la mente il FIERO ( = feroce) MA NON TORTO parlar? Omero sta giustificando il crudo e prepotente Agamennone? 
No, pura esigenza di coerenza narrativa. Menelao è più “umano” del fratello e si sente in colpa per aver coinvolto tutti i greci in un affare privato (Certo per loro la tua casa è felice! ). E’ lui che avverte il rimbrotto di Agamennone come feroce ma tutto sommato forse giusto, e, nel dubbio, fa il gesto di allontanare da sé Adrasto. Così è Agamennone a completare l’opera uccidendolo senza pietà e poi mettendogli un piede sul petto per estrarre il dardo confitto nel fianco. 

Questo è l’Episodio di Adrasto (VI libro) 

Prono nella polve / sdrucciolò dalla biga appo la ruota / quell'infelice. Colla lunga lancia / Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui / abbracciando i ginocchi e supplicando: /Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo /del mio riscatto avrai. Figlio son io /di ricco padre, e gran conserva ei tiene /d'auro, di rame e di foggiato ferro. /Di questi largiratti il padre mio /molti doni, se vivo egli mi sappia /nelle argoliche navi. – A questo prego /già dell'Atride il cor si raddolcìa, /già fidavalo al servo, onde alle navi /l'adducesse; quand'ecco Agamennòne /che a lui ne corre minaccioso e grida: /Debole Menelao! e qual ti prende /de' Troiani pietà? Certo per loro /la tua casa è felice! Or su; nessuno /de' perfidi risparmi il nostro ferro, /né pur l'infante nel materno seno: /perano tutti in un con Ilio, tutti /senza onor di sepolcro e senza nome. /Cangiò di Menelao la mente il fiero /ma non torto parlar, sì ch'ei respinse /da sé con mano il supplicante, e lui /ferì tosto nel fianco Agamennòne, /e supino lo stese. Indi col piede /calcato il petto ne ritrasse il telo.

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Honest Accounts 2017 - Come il mondo profitta dalla ricchezza dell'Africa – Ricerca finanziata da Global Justice Now. Maggio 2017

Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
OXFAM BRIEFING PAPER GENNAIO 2017
Alla fine del 2014 la ricchezza netta delle famiglie italiane era in media di 218.000 euro. Il patrimonio del 30 per cento delle famiglie italiane più povere (7.000 euro in media) rappresentava meno dell’1 per cento della ricchezza complessiva; per contro, il 5 per cento delle famiglie più abbienti, con un patrimonio medio di 1.300.000 euro, deteneva oltre il 30 per cento della ricchezza complessiva. Per larga parte delle famiglie il patrimonio è costituito in misura preponderante dall’abitazione di residenza. Tra il 2012 e il 2014 la ricchezza netta familiare media è scesa in termini reali dell’11 per cento, per effetto di una significativa diminuzione tra le famiglie più abbienti (-15 per cento nel quinto più alto) dipesa in larga parte dal calo del prezzo degli immobili. Per le famiglie al di sotto della mediana della ricchezza, il patrimonio netto medio è aumentato del 4 per cento, quasi interamente per il calo delle passività finanziarie che riflette sia la minore esposizione media degli indebitati sia il minor numero di questi ultimi. L’indice di Gini della ricchezza netta è diminuito di tre punti, al 61 per cento. 
Banca d’Italia. Supplementi al Bollettino Statistico. Indagini campionarie. I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012. Anno XXV - 03 Dicembre 2015.

Andamento dell'indice di Gini secondo la Banca d'Italia

Caravaggio Madonna dei Pellegrini 1604-1606

Un altra idea di mercato

Edizioni Il Margine 2012

Fiore d'ortica

La pagina cruciale dell'articolo di Michelson 1887

Centrale nucleare di Latina

                                                 
                   
                 

 

 

Abbazia di Fossanova

 

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