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Vincenzo10

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Samurai in panchina

diario 12/11/2017

Osservo spesso i vecchi come me….quelli che stanno bene in salute e che non sono tanto vecchi da stare tutto il giorno in casa. Se mi siedo su una panchina, dopo un po’ un vecchio mi chiede di potersi sedere anche lui e poi, vagamente guardando, mi rivolge la parola – sempre educatamente – e quasi sempre a partire dal tempo che fa. 

Il barbiere è più vecchio di me; lo conosco da anni, non ha più la moglie e pur avendo due figli vive in mezza solitudine, pago della sua bottega e dei clienti con cui scambia chiacchiere su chiacchiere. Un altro vecchio che mi abita vicino lo incontro spesso al lago con la tuta mentre cammina svelto e suda per mantenersi in forma. Un altro va in bicicletta e un altro vicino è fissato con le piante del suo giardino e lo incontro armato di cesoie per potare la siepe. Una coppia che conosco va a ballare qualche volta ma ha anche da accudire la madre di lei ancora più anziana. 

Chi più, chi meno si lamentano dei giovani. E per giovani intendono principalmente i figli di circa 30-40 anni. Per alcuni i figli sono una croce da cui non si libereranno mai e io ho ascoltato storie commoventi che vi risparmio. Per la completezza del tema voglio dire che ho registrato anche storie di giovani ovvero di figli giovani che si son presi la croce di genitori malati e se la stanno portando con dignità. Cito entrambe le facce della medaglia per dire che ho l’impressione che si tratti di una malinconia senile più che di una realtà ben precisa. Anche perché se – con un'altra telecamera (faccio per dire) – ci mettiamo a visionare i comportamenti, in entrambe le categorie ci sono scempiaggini e futilità e l’ incomprensione che ne deriva è reciproca. 

Comunque c’è qualcosa che rattrista i vecchi non “mal vissuti” di manzoniana memoria, vecchi che sono stati giovani, laboriosi, studiosi, che da adulti hanno continuato ad esserlo aggiungendo onestà. Insomma che hanno preso fin da subito la vita con serietà e che alla fine, pur avendo accumulato un tesoro di esperienze di vita si trovano costretti ad omologarsi a un andazzo di vita futile e superficiale, malata dell’ideologia salutista e giovanilista ad oltranza.  
I loro bravi figli, giovani dei nostri tempi, non mostrano interesse per la saggezza proveniente da vita vissuta da persone valorose e così li trattano come servi sciocchi buoni solo per i nipoti fino a che sono in salute. Poi, quando si straniscono e si deteriorano, come degli animali che non si ha il coraggio di uccidere e si abbandonano negli ospizi. 

Il non poter trasferire saggezza da parte di persone che fin da giovani hanno “preso sul serio” la parabola della vita, che sanno di non aver trascorso la propria vita invano e di conseguenza sanno quanto sia importante per un giovane esser nutrito dalla saggezza di un vecchio “ben vissuto” rende queste nobili persone dei frustrati vieppiù immalinconiti dalla certezza del grande sbaglio che l’umanità giovane e gaudente commette principalmente verso se stessa.

La saggezza senile, come la spada del samurai, non è più richiesta.

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Trafitti da una manciata di proiettili, per loro fu subito sera. Stephen Paddock

diario 11/10/2017

Una spiegazione della strage di Las Vegas? Forse i più saggi sono quelli che nemmeno li leggono i giornali e pensano che una vera spiegazione non ci sia. Punto. Ma sono in molti “suggestionati” dal mistero di questo Paddock tra cui io sottoscritto che non riesco a non pensarci. 

Me lo immagino in un giorno qualsiasi, qualche mese prima della strage, quando si sveglia la mattina a Mesquite e comincia la sua giornata dando un’occhiata alla finestra. Sicuramente rivolta alle montagne del Nevada, lontane e bellissime, come da noi può essere il mare visto da lontano. Una città USA che google map mostra in foto come pulita, benestante, con case basse e rarefatte, circondata da una natura spaziosa e parzialmente desertica. Alcuni negozi, resort, un centro commerciale, parcheggi troppo grandi previsti per una popolazione in crescita e che è più che raddoppiata passando da 9,4 mila abitanti nel 2000 a 19,9 mila nel 2008. Richiamata da due casinò che dimostrano l’intenzione degli imprenditori di intercettare la domanda di gioco d’azzardo, soprattutto anziana, prevista in espansione. Un degno satellite di Las Vegas. 

Quest’uomo ha una compagna che gli ha dormito accanto. Si salutano e fanno colazione insieme. Lei sa che qualcosa non va nel partner ormai da troppi giorni, ma preferisce non approfondire, non disturbarlo. Si sente inferiore a lui sia d’età che economicamente. Una convivenza così…leggera come ce ne sono tante. 

Lei Danley, la sua compagna, lavorava a Mesquite nel casinò locale “il fiume Vergine”. Vestita come le altre con gonna nera strettissima... girando tra i giocatori d’azzardo mentre, in ozio, erano intenti a guardare le corse dei cavalli, prenotava scommesse. Cattolica, assisteva spesso alla messa domenicale in una chiesa locale. 
Ha detto agli investigatori che negli ultimi mesi Paddock sembrava stare peggio del solito, sia mentalmente che fisicamente. Poi però lei se ne è andata comunque nelle Filippine; due settimane prima. 

Ho schizzato questo ritratto e potrei allungarmi per parlare del fratello Eric e della madre semplicemente per illustrare il concetto per il quale la “malattia” non stava solo nella testa di Paddock. In ognuna delle teste di parenti prossimi che lo hanno circondato manca qualcosa. Penso che manchi la tenerezza... qualcosa che ha a che fare con la compassione... in un ambiente umano che somiglia vagamente a quello del Grande Gatsby. Forse manca in tutti gli americani , ma ne parlerò ancora in altre occasioni. 

C’è poi qualcosa di “svitato” nella costituzione americana e quindi in tutti gli americani. Dopo la strage la vendita delle armi ha avuto un aumento. Dicono che il mercato libero delle armi non c’entra, ma intanto la strage è stata direttamente proporzionale al numero e alla potenza delle bocche da fuoco e se Paddock avesse potuto acquistare una piccola bomba atomica, la strage  sarebbe stata ancora più grande. 

Ubriaco di gioco d’azzardo o forse approdato al terrorismo a questo punto non fa molta differenza. Perché si pone l’eterno quesito: come fa uno ad accorgersi che sta diventando matto e come può da solo arginarsi? 

Tra le varie fonti vedi: https://www.nytimes.com/2017/10/07/
us/stephen-paddock-vegas.html

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Ognuno sta solo sul cuor della terra…… non mi piace.

diario 5/10/2017

La poesia di Salvatore Quasimodo non mi piace. Non perché io sia insensibile alla suggestione dell’immagine e dei versi, quanto perché penso che non è vero che la solitudine sia nella natura ultima dell’uomo. E non nel senso banale in cui tutti intendiamo la solitudine, ma per il fatto che ognuno di noi si porta dentro uno spicchio degli altri e sono loro che ci attraversano da parte a parte mentre il raggio di sole muore nel buio della nostra anima. 

Sono gli altri che prima di noi hanno dato un senso alla vita e alla morte e poi alla nostra stessa esistenza. Ora è stata la mamma, ora il papà, gli insegnanti, i coetanei, i preti, i medici e poi sarà l’ultimo infermiere pietoso. Cosicché ognuno di noi è nodo di una rete di rapporti umani i cui rami sono percorsi da oggetti come il linguaggio o come le medicine inventati dalla comunità degli esseri umani. Ma c’è di più perché la comunità ha fissato l’oggettività della realtà esteriore tanto che potremmo dire che senza gli altri la realtà esteriore è un incomunicabile delirio da parte di ogni individuo. 

In poesia affermare la solitudine in senso assoluto significa disconoscere gli altri; in fondo disprezzarli con un tocco di snobismo. C’è un particolare che sembra darmi ragione circa questi famosi versi.  

Nel 1930, nella raccolta poetica Acque e terre, Salvatore Quasimodo pubblicava il seguente testo, intitolato Solitudini:
(Vedi: http://forum.indire.it/repository_cms/working/export/6109/15.htm
Vedi: http://www.lebellepagine.it/res/site51630/res604709_Solitudini-e-interpretazione.pdf)

Una sera: nebbia, vento, / mi pensai solo: io e il buio.Né donne; e quella / che sola poteva donarmi / senza prendere che altro silenzio, / era già senza viso / come ogni cosa ch’è morta / e non si può ricomporre.Lontana la casa, ogni casa / che ha lumi di veglia / e spole che picchiano all’alba / quadrelli di rozzi tinelli.Da allora / ascolto canzoni di ultima volta.Qualcuno è tornato, è / partito distratto / lasciandomi occhi di bimbi stranieri, / alberi morti su prode di strade / che non m’è dato d’amare.Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.

Da qui si capisce che il pezzo finale, che poi Quasimodo ha reso autonomo conferendogli – per me inopportunamente - una connotazione universalistica, è stato amputato da un contesto originario in cui è descritta la morte della MADRE del poeta. Ed è questo umano sentimento della perdita che genera la sconsolata ( ma poeticamente bellissima) chiusura finale. Che riletta nel contesto originale perde quel tocco di snobismo che io vi ho percepito.

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Voglio essere curato

diario 30/9/2017

Per tornare a Platone, la gente che vede solo i cavalli - nel nostro caso i delinquenti in cronaca - e perciò vede solo chi ha commesso il delitto, non ha gli occhi della mente per vedere il nostro Sistema Carcerario, questo Grande Satana che inghiotte persone che sbagliano e restituisce delinquenti scaltriti.

Stavo cercando degli esempi di mal funzionamento della istituzione carceraria quando ieri sera (29set) al TG1 h20 hanno dato una delle solite notizie di stupratori. 
Un certo Bianchi di 40 anni “arrestato nel 2006” per aver abusato di 20 ragazzine e rimesso in libertà dopo otto anni di carcere ha di nuovo seguito una ragazzina fin dentro l’androne di casa e lì l’ha bloccata e violentata. Avrebbe dovuto scontare 12 anni ed è uscito prima per sconti di pena regolarmente previsti dalla legge. 

Ma la cosa singolare che viene “a fagiolo” a dimostrazione di ciò che vado pensando da qualche tempo è che il tizio poco dopo arrestato ha dichiarato ai giornalisti. “Speravo di essere guarito, avevo una fidanzata e volevo sposarmi. Ci sono ricaduto e voglio essere curato”. Ha detto proprio così: “voglio essere curato”. 

Dato che, con ogni evidenza, si tratta di una frase ipocrita, aggiustata sulle circostanze, io prego chi mi legge di riflettere sul perché questa persona ha scelto di dire proprio questa frase. A me appare evidente un qualcosa che si apprende in carcere, negli ascolti delle linee di difesa avvocatesche, dove la verità giuridica è una cosa e la verità umana è un'altra….  
Mi appare poi evidente che nessuno ha valutato la grave responsabilità di concedere ben quattro anni di sconto di pena sulla base di un serio accertamento “sulla persona reale”, e su quale processo rieducativo l’avesse coinvolta. 

Ma non è solo questa la disfunzione che potrebbe essere ascritta a debolezza tecnica e organizzativa. Il fatto è che qui è in gioco “la malattia mentale” ovvero qualcosa che, per molti, non può essere vista e controllata né dare certezze se è presente e tanto meno se è guarita. Per cui un arrestato che si presenta e dice: “Voglio essere curato” si troverà di fronte quasi certamente a un processo con dibattito accademico tra avvocati. Rimbalzeranno gravi parole tra la difesa che ha già il terreno approntato dalle dichiarazioni dello stesso imputato e  infatti dirà che lui ha sbagliato ancora una volta, è vero, ma che è disposto a curarsi. E la accusa che marcherà il carattere refrattario dell’individuo. 

Questo esempio io l’ho portato per ribadire il concetto che la rieducazione, esito esclusivo della compassione nella istituzione carceraria, è una faccenda seria, che ha bisogno di progettazione continua da parte di esperti, di personale specializzato, di strutture adeguate, di tanti soldi. E' una rieducazione modulata da indicatori di percorso e di esito assolutamente affidabili e oggettivi e avente poco a che fare con la logica dei permessi o semilibertà o riduzioni di pena. 
Non è una scusa plausibile che un sistema di rieducazione possa essere messo in crisi dal lato psicologico, apparentemente imponderabile, della persona umana. 
Siamo una civiltà che lavora con la psicologia per fare marketing, che usa la psicologia per selezionare il personale etc. e non sappiamo rieducare in carcere? 

Infine. Avere un ambiente fisico carcerario idoneo non è la soluzione ma è la premessa di programmi rieducativi efficaci. Se non c’è nemmeno l’ambiente fisico che la legge dovrebbe garantire, le cose si mettono male. 
Pubblicato su Repubblica il 31- lug -17 in uno dei tanti ritratti della situazione si dice: 
<< L’Associazione Antigone denuncia un tasso di affollamento carcerario del 113,2% in Italia. Ogni detenuto non dispone neanche di quei 3 mq di spazio personale previsti dalla legge. I suicidi sono già arrivati a 29, dall'inizio dell'anno>> 

Diciamo che NON VOGLIAMO imboccare con decisione la strada di una riforma carceraria seria.

Riferimento qui: http://www.repubblica.it/solidarieta/
dirittiumani/2017/07/31/news/carceri_in_italia_crescono_pericolosamente_
sovraffollamento_e_suicidi-172043754/

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Carcere e compassione

diario 21/9/2017

Quando diciamo che qualcosa è barbara pensiamo istintivamente a qualcosa “senza pietà”. Impressione di barbarie netta e inequivocabile se andiamo ad assistere alla esecuzione di una condanna a morte o se ci capita di visionare filmati di esecuzioni capitali. 
Ognuno di noi sente sicuramente qualcosa di straziante quando vede il condannato trascinato semisvenuto da due persone e, pieno di paura, si orina addosso. Maggiormente ancora per le scene di tortura. A questa sensazione, di strazio, di pena, di pietà, viene dato il nome di compassione.

Nell’ambito della storia della giustizia penale, quando il sentimento di compassione è stato accolto, si è avuto l’abolizione della pena di morte e della tortura. Nel nuovo contesto si è abbandonata l’idea del valore educativo della paura della morte e/o della disumanità del trattamento detentivo e si è dato risalto alle certezze. 
Come è noto, in gran parte dei paesi civili, la deterrenza è affidata alla certezza della pena e della detenzione nonché a un impegnativo programma rieducativo. 

Su questo argomento: ecco dove il pensiero mi ha portato nel corso degli ultimi anni, ecco a quali conclusioni sono giunto, ecco come vedo oggi la questione del carcere.  

La rieducazione è una faccenda seria, che ha bisogno di progettazione continua da parte di esperti, di personale specializzato, di strutture adeguate. Tutto perché mobilita il detenuto in attività fisiche e culturali senza lasciarlo mai troppo solo o in balia di altri detenuti. Più di un normale percorso scolastico. Perciò costa molto ma vale molto. 
Indice di qualità della società civile, punta alla re-integrazione di soggetti devianti sia per motivi sociali che individuali e oggi, anche per motivi pseudoreligiosi. 
Al centro di un modello ideale c’è la concezione del carcere come istituzione rieducante di alto profilo che si mostra ai cittadini nella forma di “casa della salvezza” sia per quelli che vi devono esser detenuti e sia per la società nel suo insieme che ne riceve i frutti di autentici recuperi di umanità. 

Una rieducazione ideale necessita di indicatori di percorso e di esito assolutamente affidabili e oggettivi e ha poco a che fare con la logica dei permessi o semilibertà o riduzioni di pena. Infatti l’erogazione di questi sconti ha come scopo di portare l’individuo verso la buona condotta in carcere con l’idea che la buona condotta possa essere indice oggettivo di ravvedimento. Il che non è o lo è solo in modo parziale se non addirittura contrario allo scopo, se si costringe l’individuo ad accettare ipocritamente o rassegnatamente condizioni disumane o soltanto noiose, nella speranza di una riduzione di pena. 

Queste mie idee si compongono in un modello astratto, se volete un sogno, ma che consentono di osservare la pratica esistente concretamente in Italia con un occhio “giusto”, coerente col principio di compassione. Nel concreto dell’istituzione carceraria la compassione è rieducazione. E se non si fa più che bene si rischia (come dimostrerò in post successivi) di creare dei mostri. 
Non la compassione in sé ma è quella mal posta o quella pelosa (cioè ipocrita) che genera danni assai superiori a quelli che un “buon cuore” potrebbe causare per ingenuità. 

Un esempio banale è la concessione di sconto di pena per buona condotta. 
Una cosa è se per buona condotta intendiamo una partecipazione attiva con adeguata crescita della volontà e della consapevolezza, e una cosa è se intendiamo un comportamento tranquillo, rispettoso delle regole carcerarie, rassegnato alla vita del carcere qualunque essa sia, compresa anche la noia come fondamento della redenzione. 

Che di questo però si tratti è evidente nella avvilente realtà del sovraffollamento e delle conseguenti amnistie. Ho capito anch’io che non si costruiscono più ambienti, più spazi e strutture carcerarie, più personale esperto, più rieducazione, sia perché non ci sono mai i soldi e sia perché non si vuol fare. Creando nei fatti una convergenza con i detenuti dalla buona condotta che tale la mostrano a fronte di cattive condizioni di vita convinti di incappare prima o poi in una amnistia che li liberi.

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Honest Accounts 2017 - Come il mondo profitta dalla ricchezza dell'Africa – Ricerca finanziata da Global Justice Now. Maggio 2017

Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
OXFAM BRIEFING PAPER GENNAIO 2017
Alla fine del 2014 la ricchezza netta delle famiglie italiane era in media di 218.000 euro. Il patrimonio del 30 per cento delle famiglie italiane più povere (7.000 euro in media) rappresentava meno dell’1 per cento della ricchezza complessiva; per contro, il 5 per cento delle famiglie più abbienti, con un patrimonio medio di 1.300.000 euro, deteneva oltre il 30 per cento della ricchezza complessiva. Per larga parte delle famiglie il patrimonio è costituito in misura preponderante dall’abitazione di residenza. Tra il 2012 e il 2014 la ricchezza netta familiare media è scesa in termini reali dell’11 per cento, per effetto di una significativa diminuzione tra le famiglie più abbienti (-15 per cento nel quinto più alto) dipesa in larga parte dal calo del prezzo degli immobili. Per le famiglie al di sotto della mediana della ricchezza, il patrimonio netto medio è aumentato del 4 per cento, quasi interamente per il calo delle passività finanziarie che riflette sia la minore esposizione media degli indebitati sia il minor numero di questi ultimi. L’indice di Gini della ricchezza netta è diminuito di tre punti, al 61 per cento. 
Banca d’Italia. Supplementi al Bollettino Statistico. Indagini campionarie. I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012. Anno XXV - 03 Dicembre 2015.

Andamento dell'indice di Gini secondo la Banca d'Italia

Caravaggio Madonna dei Pellegrini 1604-1606

Un altra idea di mercato

Edizioni Il Margine 2012

Fiore d'ortica

La pagina cruciale dell'articolo di Michelson 1887

Centrale nucleare di Latina

                                                 
                   
                 

 

 

Abbazia di Fossanova

 

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