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Vincenzo10

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I compagni in mezzo a un mondo sempre più diviso tra ricchi e poveri.

Politica e attualità 6/7/2014

Lo possiamo definire un compagno, questo Brunetta che svela il suo pensiero nel recente libro “La mia utopia - La piena occupazione è possibile”? Certamente no perché la sua proposta punta a una riforma razionalizzatrice del capitalismo e non a un suo superamento. Per lui si tratta di superare il salario fisso per consentire la ripresa di una economia inceppata sia a livello delle singole unità produttive e sia a livello del sistema. L’idea di base è quella di remunerare il lavoro mediante la partecipazione agli utili d’impresa.

Riprendo ora il ragionamento che avevo iniziato col post “Ben detto, compagno Brunetta, vediamo dove vai a parare! “ del 08/06/2014
Il modello teorico proposto dall’economista Meade, ispiratore di Brunetta, è basato sulla considerazione dell’ora di lavoro aggiuntivo.
Una unità produttiva che ha raggiunto l’equilibrio economico è, per definizione, tale che il suo padrone non ha più interesse né ad assumere né a licenziare. Questo perché, se ragioniamo in termini di salario fisso (per esempio 24 dollari l’ora), il padrone sa che il ricavato da un’ora di lavoro aggiuntivo può al massimo pareggiare il costo del lavoro stesso e cioè che il lavoro non crea più eccedenza rispetto al salario.
L’equilibrio si basa sulla equazione:
COSTO DI UN’ORA DI LAVORO = RICAVO DA UN’ORA DI LAVORO
Se si utilizza un contratto a partecipazione ( p. es. remunerazione pari ai 2/3 del ricavo) l’ora aggiuntiva verrebbe pagata in base al ricavo e necessariamente meno del suo ricavo ricavabile. Nel nostro esempio 16 dollari andrebbero al lavoratore e 8 dollari al padrone. L’imprenditore avrebbe ancora interesse ad assumere.
Qualcuno può pensare che un salario che cala da 36$ a 24$ fa un bel salto ma la risposta teorica è molto meno traumatica.
Infatti immaginiamo che già stiano in produzione 10 lavoratori impegnati solo per 1 ora di lavoro ciascuno. Abbiamo un ricavo di 360 dollari e il costo del lavoro, pari ai due terzi, è 240 dollari. L’ora in più aggiungerebbe un ricavo di 24$ ( non 36) ai precedenti e si otterrebbe un ricavo totale pari a 384 dollari a fronte di 11 ore di lavoro fornite da altrettanti lavoratori. Se il sindacato interno decidesse di ripartire uniformemente il compenso dei 2/3 si avrebbe per ogni lavoratore un salario di 23,27 dollari e non più di 24.
Una riduzione piuttosto contenuta… bisogna ammetterlo. Naturalmente la scelta può esser diversa da quella della perfetta uniformità ma il sindacato interno dovrebbe comunque capire e privilegiare una lieve flessione del salario per un po’ di lavoro in più. 

Già la pura e semplice retribuzione del salario mediante il contratto “a partecipazione” comporta l’incorporazione del lavoratore nell’asset produttivo e gli impone di condividere il rischio. La grande scommessa degli autori e la convinzione ultima di Brunetta è che se la formula del contratto “a partecipazione” si estendesse a un numero sufficientemente alto di unità produttive ( diciamo a livello di sistema) si otterrebbe la piena occupazione.

Il sistema capitalistico di Meade mi sembra certamente più flessibile di quello attuale. Nella sua idea però il lavoro non è più semplice merce offerta e pagata a un tanto a ora ma diventa una scelta consapevole del lavoratore che accetta di condividere sia il rischio del padrone, sia il suo scopo finale di aumentare i profitti. La logica vorrebbe che in tal modo il lavoratore entra in una forma di co-proprietà dell’impresa. Non è più possibile negargli per esempio di vedere i bilanci, di verificare gli sprechi, di farsi un’idea del mercato, della concorrenzialità etc. e cioè di rivestire gli stessi panni dell’imprenditore.
Poi c’è un’altra faccenda…. perché il lavoratore si dovrebbe accontentare di essere passivamente guidato dal padrone? Egli entrerebbe nel gioco dei rischi e dei profitti delegando al sindacato il compito di tutelare i propri interessi e aspirerebbe a guadagnare sempre di più. Non è nemmeno detto che accetterebbe di accogliere altri lavoratori se dovesse cedere un pezzettino di salario…

Lo scenario che appare nei riformatori del capitalismo è sempre monco dell’elemento “fraternità” ed è invece sempre colmo dell’arte di contrapporre uomini ad altri uomini. Manca loro quell’elemento emotivamente racchiuso nella parola “compagno”.
Insomma quel concetto per il quale il tuo simile non è un concorrente, non è un semplice fornitore di lavoro, non è un puro consumatore… ma è uno come te, che mangia il pane come te.
E allora?
Se si deve pensare a una utopia, che sia quella che descrive una unità produttiva socialista. Dove, come dice una vecchia canzone, “chi vuol farsi onore, che lo faccia con amore”. Non senza ranghi ma una organizzazione umana verticalizzata sulla base del merito e della fiducia. In cui ognuno ne condivide la finalità nella massima consapevolezza e ricopre il ruolo che gli è stato assegnato in base a regole consolidate e certe.
Cosa è bello per uno come Brunetta?.
Per lui è bello la competitività. Ecco le parole che usa in passaggi come questo:“Oggi che tutti sono capaci di fare l’anta di un mobile, il vantaggio competitivo risiede nella capacità che ha l’impresa di creare valore attorno all’oggetto, ovvero di aggiungere al prodotto sotto forma di marketing innovativo, di servizio, di design, di assistenza pre e post vendita”.
Né lui né i riformatori del capitalismo si pongono il problema di cosa serve e dove va a finire un'anta impreziosita dal marketing innovativo. Proprio come non si sono posti e non si porranno mai domande sul dove sta andando a finire una umanità che compra le ante e non la bellezza delle pubbliche strade. Dove la concorrenzialità e la concentrazione del potere ha ridotto i popoli a consumatori sciocchi.

Loro negano ogni legame tra le loro idee liberiste e questa tendenza. Hanno ancora il mito della crescita infinita. Sono convinti che non si possa vivere a crescita zero. Questo perché in un modo o nell’altro sono attaccati ai privilegi del mondo dei ricchi e ben capiscono che la crescita zero comporta una ricchezza che si redistribuisce continuamente. Non gli entra in testa che il flusso delle eredità crea ostacoli alla libera affermazione delle opportunità di natura e che è questa la rigidità che blocca il sistema italiano.
L’eternizzazione della posizione sociale di partenza. La lotta alle classi inferiori affinché gli venga impedita l’opportunità di recuperare ricchezza e benessere affermando i propri meriti e la propria umanità.

Il fatto che la sinistra, di fronte a una specie di mutazione antropologica che ha trasformato milioni di persone in consumatori puri, utili al grande gioco dell’accumulazione di potere e ricchezza come mai s’era visto prima, sia rimasta “intronata” e incapace di farsi ascoltare da masse entusiaste del pifferaio di turno, non vuol dire che la sua ricetta base - il desiderio di uguaglianza e fraternità - sia sbagliata.



Ben detto, compagno Brunetta, vediamo dove vai a parare!

Politica e attualità 8/6/2014

Come può un capitalista convincere un lavoratore che è meglio un posto precario anziché uno stabile, che è meglio una contrattazione aziendale che una nazionale, che è meglio un salario relativo differenziato in base al merito (accertato dal padrone) che non uno uniforme, che è meglio un posto in cui puoi essere facilmente licenziato perché poi puoi essere facilmente riassunto che non un posto da cui è difficile licenziare e che perciò crea problemi al capitalista e alla sua necessità di stare sul mercato mantenendo i suoi profitti etc. ce lo spiega Renato Brunetta nel libro “La mia utopia - La piena occupazione è possibile” edito da Mondadori in aprile 2014.
Mi propongo di raccontare Brunetta con un certo dettaglio perché fa bene sapere come la pensa un rappresentante della top class, amico fanatico di Berlusconi, ex ministro etc… Insomma uno di quelli che sono innamorati dei ricchi e dei fortunati, del loro modo di vivere e di far girare l’economia perché son convinti che sono loro, - i dinamici imprenditori che rischiano - i veri uomini, la vera forza trainante. Mentre i lavoratori - soprattutto i loro sindacati - sono la zavorra, i fannulloni gratificati spesso da un salario la cui rigidità è diventata per loro una vera ossessione.
Se ci fate caso, quando si parla di Berlusconi si dice che lui è stato un grande imprenditore che ha dato da mangiare a migliaia di lavoratori etc…... Lui, per questo, è definito un benefattore. E invece i lavoratori, mediante il cui sacrificio e creatività, lui ha concentrato ricchezza e potere… semplicemente non si definiscono. Essi stanno lì sullo sfondo delle magnificazioni della Santanchè, e sono anonimi, lontani, inessenziali…. sono... i beneficiati.
Il berlusconismo vinse allora perché riuscì a cancellare nella coscienza collettiva la positività morale e politica del fattore lavoro nel processo produttivo.

Ma torniamo a Renato. L’ipotesi di partenza del suo ragionamento ( pag. 36) è che il valore del capitale umano dei nostri tempi è la conoscenza. Egli afferma infatti che il più importante fenomeno economico, politico e sociale dei nostri tempi è l’economia della conoscenza. La risorsa del capitale umano è stata, specie nel nostro paese, sacrificata da “un modello di capitalismo di stampo fordista, troppo vecchio ed egualitarista. Un modello che non è in grado di valorizzare il merito, la conoscenza e la creatività individuali e collettivi.” “In questa prospettiva, il primo grande cambiamento da compiere è quello di restituire centralità ai lavoratori e alle loro conoscenze perché nel nuovo secolo il capitale cognitivo immateriale ha un ruolo centrale nella creazione di valore e rappresenta la componente più importante della ricchezza delle aziende come di quella delle nazioni.“
Centralità ai lavoratori e alle loro conoscenze! Pare veramente convinto di quel che dice!

Detto ciò si deve convenire che “la prestazione lavorativa fondata sul sapere non può essere misurata in ore di lavoro ma sui risultati”. “Oggi che tutti sono capaci di fare l’anta di un mobile, il vantaggio competitivo risiede nella capacità che ha l’impresa di creare valore attorno all’oggetto, ovvero di aggiungere al prodotto sotto forma di marketing innovativo, di servizio, di design, di assistenza pre e post vendita”.
A pag. 43 conclude il suo ragionamento base, dopo aver dichiarato che non è accettabile né la risposta secondo il modello di un capitalismo corporativo né quella di un capitalismo competitivo perché entrambi incapaci di remunerare un lavoro sempre più partecipativo, innovativo e non misurabile. Penso che intenda il lato creativo della conoscenza. Chiude il I capitolo con la seguente proposta. “Lo stesso obiettivo della piena occupazione va posto nelle nuove forme dell’economia della conoscenza, in cui per settori sempre più ampi dell’economia il confine tra lavoro salariato e lavoro autonomo tende a scolorire. E’ quindi il superamento della società dei salariati, in cui domina il sistema del salario fisso, che deve entrare nell’agenda.”

Brunetta si rende conto che se da un lavoratore non si richiede più la semplice forza lavoro ( da retribuire in quantità e qualità) ma l’aggiunta di conoscenza utile ( e quindi creativa) affinché il prodotto finale si possa imporre sul mercato, il modello capitalistico di retribuzione non può essere accettato. Ecco dunque che lui va da due economisti di riferimento: Weitzman e Meade i quali propongono, in sostanza, la ricetta di cambiare il modo di pagare il lavoro.
Secondo Weitzman la remunerazione è agganciata all’andamento dell’impresa mediante un contratto di partecipazione espresso nel seguente criterio: “se alcuni lavoratori sono licenziati o si dimettono, quelli che rimangono sono pagati di più, mentre se se ne assumono di nuovi, tutti i dipendenti sono pagati di meno”
Per come ho capito io, la faccenda - in TEORIA - gira così: Un ora di lavoro aggiuntivo, in una impresa all’equilibrio, costa esattamente quanto il suo ricavo. Per esempio 24 dollari. Se si utilizza un contratto a salario fisso, l’impresa non ha più interesse né ad assumere né a licenziare. Se si utilizza un contratto a partecipazione ( p. es. remunerazione pari ai 2/3 del ricavo) l’ora aggiuntiva verrebbe pagata 16 dollari e produrrebbe un ricavo netto di 8 dollari. L’impresa avrebbe ancora interesse ad assumere. Il sindacato interno un po’ meno perché l’ora aggiuntiva - che se fosse scorporata sarebbe pagata 16 contro 24 - comporterebbe comunque - in quanto “spalmata” su tutti - una riduzione, per quanto minima, del salario medio per tutti i lavoratori.
Nella visione dell’economista Meade (pg. 59) si ha una coniugazione dei vantaggi delle società per azioni a quelli delle cooperative. “Il lavoratore è remunerato in parte con un salario fisso, in parte con i dividendi delle azioni (che mantiene anche in caso di disoccupazione involontaria) e, pur nella massima varietà dei possibili equilibri tra capitale e lavoro nelle diverse partnership, il risultato è comunque tendenzialmente tale da assicurargli un peso decisivo nella struttura societaria”. Qui il discorso si addentra in una serie di ragionamenti più complessi che per il momento trascuro.

In conclusione.
Sto leggendo il libro di Renato Brunetta. Non l’ho ancora finito. Ho riportato fin qui il suo pensiero e mi propongo di continuare a commentarlo. La mia impressione attuale è che la necessaria transizione verso forme di produzione non capitaliste ha bisogno di molta sperimentazione sul campo. La vera sfida - seguo anche il pensiero di Luigino Bruni - non è tanto metter su una singola impresa medio piccola che riesce a funzionare al di fuori di uno schema capitalistico, quanto i grandi aggregati economici. Io sono convinto che per superare il capitalismo, oltre a una originale organizzazione dell’attività produttiva di tipo solidaristico, occorra uno Stato sufficientemente sano e autorevole in grado di indicare e, dove necessario imporre, il modello di sviluppo che i cittadini desiderano.
Sono convinto che la lotta contro la corruzione è rivoluzionaria perché la sua vittoria consentirà di realizzare uno Stato finalmente in grado di tradurre in pratica la guida politica che i cittadini vorranno darsi.
Senza una chiara visione della funzione del lavoro ( autonomo o dipendente che sia) e, appunto, della sua centralità che deve essere prima politica e poi economica, non si ottiene una vera transizione. Gestita dai capitalisti, ovvero se si parte dalla centralità del capitale, la piena occupazione è solo un’altra ingannevole promessa. Se lo schema rimane sostanzialmente quello di oggi un miglioramento nel livello di occupazione può essere ottenuto solo a scapito di una notevole riduzione dei salari medi, di un notevole spread tra salario e salario, di un uso completamente strumentale e subordinato al profitto della creatività del lavoratore. Ma quel che più grave è che la funzione primaria dello Stato nella economia sarebbe sopraffatta da una anarchica concorrenzialità tra privati che produrrebbero una serie di beni superflui, una stimolazione di bisogni irrazionali, un danno alle risorse naturali e quanto altro abbiamo già visto e conosciuto.




Terra abbandonata: perché?

Politica e attualità 17/4/2012

Un documento di notevole importanza si riferisce al 6to censimento 2010. 
Espone un confronto omogeneo di dati anche se provvisori con il precedente censimento del 2000. Si trova nel sito:
http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110705_00/comunicato-censimento-agricoltura.pdf  
La cosa che mi colpisce in questo documento è la riduzione della mano d’opera che passa da 3.677.999 nel 2000 a 2.514.942 ( dato riportato a pag 12 relativo alle 16 regioni e province autonome che usano il modello ad alta partecipazione ). Da cui si ricava che 1.163.057 persone hanno lasciato l’agricoltura in dieci anni. Più di centomila l’anno.
Un aspetto - a mio avviso degenerativo - di questo fenomeno è stata la riduzione del numero delle aziende di piccola e media dimensione ( minori di 30 ettari di SAU). Mentre quelle con dimensioni maggiori ( oltre i 30 ettari di SAU) sono aumentate anche se di poco. Vedi il grafo a pag. 3. Sono aumentate senza compensare la riduzione complessiva di SAU che è diminuita di circa 300.000 ettari.
Un altro dato che mi ha colpito è che la mano d’opera familiare ( pag. 12), nel 2010, effettua 74 giornate lavorative. E’ tanto? E’ poco? Non so dire. Ho scoperto infine che nel 2010 il 51,1 % delle aziende è costituito da quelle che coltivano meno di 2 ettari.

Mi sono chiesto: che cosa si può fare con 2 ettari? Mi sono chiesto, per esempio: se un solo ettaro fosse seminato a patate quanto produrrebbe? Ho scoperto che ci vuole molta competenza per conoscere il terreno adatto e per la semina e per la raccolta e per chi ne vuol sapere qualcosa vada a studiare nel sito:
http://www.agraria.org/coltivazionierbacee/patata.htm
Ma in conclusione ho trovato qualcosa di interessante nel colloquio tra due agricoltori nel seguente sito:
http://www.ziopapes.it/IDA/Post/la_memoria/ortaglia/5hapatata.htm  
Dunque un terreno adatto alla coltivazione delle patate “primura” produce 400 quintali. Per il prezzo non mi sono fidato di quello dichiarato in questo colloquio e ho utilizzato quello “al produttore” che c’è nel sito: 
http://www.smsconsumatori.it/scheda.asp?id=8
Se ne ricava un valore di 10800 euro lordi per ettaro e quindi un’azienda minima dovrebbe ricavare 21600 euro lordi all’anno. Ho fatto lo stesso identico ragionamento per le cipolle ( 1 ettaro 300 quintali) e ho avuto 18600 euro lordi. Che ne dite? 20000 euro circa può essere un indicatore? Naturalmente la disponibilità di 2 ettari di terra dovrebbe consentire non solo la semina ma anche qualche allevamento. E qui mi mancano le nozioni e non conosco nessuno che mi possa aiutare a farmene un quadro preciso.
Certo è che mi son reso conto che la conduzione ottimale di un pezzo di terra richiede un notevole sapere.
Circa il livello d’istruzione a pag 13 del documento si riporta un dato parziale ma abbastanza grande relativo alle 16 regioni che meglio hanno partecipato al censimento. In esso vi si dice testualmente che “Il livello di istruzione più frequente tra i capoazienda corrisponde alla licenza elementare (33,4%), mentre la licenza di scuola media inferiore è posseduta dal 31,7% di essi. Possiede un diploma di scuola media superiore il 18,8% dei capoazienda, il 2,6% ne ha conseguito uno ad indirizzo agrario. Il 4,8% dei capoazienda ha un diploma di qualifica che non permette accesso all’università, l’1,1% ne ha uno ad indirizzo agrario. Sebbene il 6,4% dei capoazienda sia laureato, solo lo 0,9% ha acquisito una laurea ad indirizzo
agrario.”

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Il lavoro è merce o è dignità?

Politica e attualità 27/3/2012


Ieri sera da Gad Lerner il prof Galli ha chiarito finalmente bene i termini in cui la questione - ormai di pura contrapposizione di principi - è stata posta da Monti. Perché si tratta di stabilire se il licenziamento ordinario è un puro atto economico che come tale non deve coinvolgere il giudice ( se non per la quantificazione dell’indennizzo) o se è un atto che coinvolge la dignità della persona che lo subisce ( in tal caso richiede la valutazione di un giudice come elemento di terzietà e la possibilità di reintegro).
La materia non è più di lana caprina.
Il prof Monti ci ha messo su tutto il peso della sua pedagogia perché - secondo lui - o gli Italiani capiscono o lui se ne va.
Per una ben nota caratteristica della cultura capitalistica le sue categorie tipiche vengono vissute e presentate come di per se evidenti mentre quelle della storia e della cultura operaia come erronee, strampalate e vecchie.
Torna a dividere i due fronti il concetto di lavoro.
Perché se il lavoro è pura merce allora il licenziamento è un puro atto economico e se il lavoro è dignità allora il licenziamento è una questione direi quasi d’onore, che necessita di un giudice.  

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Capitalismo e crisi - una riflessione sull’azienda agricola a conduzione familiare

Politica e attualità 20/3/2012

Nel post “Capitalismo e crisi” si è avviata una discussione che penso possa essere utile riprendere poiché, con mia sorpresa, ci sono persone che difendono a spada tratta il capitalismo.

Secondo mauroD la crisi attuale non ha origine nel sistema capitalistico ma nello stato “che si intromette nel mercato libero generando mancanza di libera concorrenza….” . Siccome al capitalismo non ci sono alternative vuol dire che, realisticamente, è il sistema migliore. “Il libero mercato perfetto non esiste, ovviamente, ma resta comunque il sistema migliore, dimostrato storicamente”. Malgrado non sia perfetto “è il mercato che decide se un bene serve o meno. Chi ha provato a instaurare un sistema economico non basato sulla ricerca del profitto è finito nel creare dittature sanguinarie, perché la libertà di poter produrre un bene e venderlo è un diritto umano”. “Il debito pubblico è dovuto alla cattiva gestione della finanza pubblica, semplicemente, nonché essere un qualcosa di "normale" nella globalizzazione. Le mafie, le evasioni fiscali e le corruzioni sono ben più diffuse nei paesi in cui non vige il capitalismo, dimostrato storicamente”.

Secondo faebi è limitativo ridurre tutto al semplice capitalismo poiché “E’ il capitalismo finanziario che ci ha tagliato le gambe, e forse già da anni. Non dovremmo lottare perché le banche tornino a fidarsi del mercato, ma noi di loro”.

Secondo lucabagatin la crisi è causata dai governi “La ragione della crisi economica mondiale non va ricercata nel capitalismo, ma, semmai, nelle storture dovute all'intervento esterno della politica e dei governi, per mezzo di misure inflattive e di modificazione dei tassi” A titolo di esempio cita la Fiat. “La Fiat - afferma - è un'aziende assistita dallo Stato ed interconnessa ad esso sin dai tempi del fascismo. E' il massimo esempio di capitalismo fasullo, ovvero assistenziale, a tutto vantaggio della famiglia Agnelli, della sindacatocrazia e di determinati settori della politica (bipartisan) che, dando lo zuccherino alla Fiat, pensano di essersi ripuliti la coscienza...con i danari dei contribuenti ! A parer mio, se la Fiat fallisse sarebbe solo un bene. Un bene perché, forse, aprirebbe ad un vero mercato dell'automobile in Italia. Oppure darebbe maggiore respiro ad altri settori”. Lui afferma che “ Nei Paesi ove il mercato del lavoro è più flessibile, non esistono fantomatici articoli 18 (che è solo la punta dell'iceberg), non esistono corporazioni, vengono applicati contratti di lavoro corretti (i cococo ed i cocopro sono applicabili unicamente ai liberi professionisti e non a tutti i lavoratori cosiddetti "atipici", come avviene nel nostro Paese con il benestare di Stato e sindacati che garantiscono solo una grande industria che fa acqua da tutte le parti) e dove le imposte sul reddito e sulle imprese sono irrisorie, queste cose non accadono. Perdi il lavoro, ma non è un problema perché ne trovi in breve tempo un altro. E per quel breve periodo hai comunque una congrua copertura quale ammortizzatore (cosa che da noi non accade se non per categorie sindacalizzate, ovvero paraculate...che per giunta si lamentano anche della cassa integrazione...sic!)” .

Secondo me vincenzo10 il capitalismo non può essere l’ultimo e definitivo modo di produrre. “Anche nel migliore degli scenari il modulo capitalistico di produzione mostra il suo limite profondo che è quello di separare il lavoro prestato dalla responsabilità sul prodotto finito. Non intendo demonizzare il modulo capitalistico ma vorrei che non fosse l’unico, pervasivo e totalizzante. L’uomo ha diritto di sperimentare moduli produttivi diversi. Faccio l’esempio dell’azienda agricola a conduzione familiare. Ma c’è anche il tipo cooperativistico ( sia pure con tutti gli aspetti negativi che sappiamo). C’è il modulo dell’azienda artigiana. Strutture in cui lavoro e responsabilità verso il prodotto non sono separati e possono dar luogo a comunità operose, scuole di vita e di valori di solidarietà di cui l’umanità ha urgente bisogno per salvarsi”.

Riparto da quest’ultima affermazione perché ci terrei a precisare che alienazione (nel senso marxista della parola e per come l’ho capito io ) è la caratteristica per la quale l’operaio non possiede il prodotto, non produce per se stesso ma per un altro, non lavora creativamente ma esecutivamente e spesso in modo ripetitivo, è trattato come un mezzo e non come un fine. Riassumo per sommi capi tutti i lati negativi di un modo di produzione capitalistico.
Essi sono:  
1) Divisione netta tra chi possiede il prodotto e decide e chi non possiede e non decide.
2) Profitto realizzato tendenzialmente senza limiti.
3) Tendenza a ignorare le regole di sicurezza sul lavoro ( vedi amianto)
4) Tendenza a ignorare le regole sulla conservazione dell’ambiente
5) Tendenza a spingere il prodotto sul mercato stimolando o creando bisogni artificiosi
6) Riduzione del lavoro dell’uomo a merce ( mercato del lavoro) che si compra quando serve e si lascia sui banchi quando non serve ( flessibilità ).
7) Tendenza a non accettare una concorrenza leale e ad approfittare anche delle disgrazie pur di fare soldi ( vedi quelli che ridevano mentre c’era il terremoto a l’Aquila)
8) Tendenza a corrompere e a non pagare le tasse sempre per questioni di supremazia sul mercato.

Fatta questa premessa, vorrei specificare che la produzione pianificata di Stato non è stata la soluzione al problema e, nei regimi comunisti, si è visto a cosa ha dato luogo. E’ naturale, però, che dopo il fallimento dei regimi comunisti e il fallimento dello statalismo anche in economie non socialiste, l’attenzione possa rivolgersi a forme di produzione non stataliste e non capitalistiche.
Si tratta di considerare la possibilità di un “anticapitalismo liberale” ottenuto dall’unione delle idee della democrazia liberale con moduli produttivi solidaristici. Cioè che hanno l’uomo e il suo lavoro come fine e la merce prodotta definita dall’utilità di mercato come mezzo.

Tra queste forme vorrei proporre una riflessione sull’azienda agricola a conduzione familiare per vedere se le sue potenzialità nell’epoca di internet possano costituire un fattore positivo di salvezza. Vorrei vedere se è proprio utile attendere il suo decadimento con trasformazione finale del contadino in imprenditore agricolo o se, invece, in epoca di insicurezza sociale, di pericolo per l’ambiente, la famiglia agricola non possa costituire un fattore positivo di stabilità e di salvezza.

Per fissare le idee, un riferimento reperibile in rete è in http://agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=111 nonché per una più generale e storica conoscenza vedere in http://www.treccani.it/enciclopedia/societa-contadine_(Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali)/
Per uno spunto quantitativo sul fenomeno dell’agricoltura si possono assumere come dati certi i seguenti: Il Censimento ISTAT del 2000, (5° Censimento Generale dell’Agricoltura) ha rilevato che in Italia esistono 2.593.090 aziende agricole, zootecniche e forestali, con una superficie totale pari a 19,6 milioni di ettari, di cui 13,2 milioni di superficie agricola utilizzata (SAU). Il Censimento ISTAT del 1990, (4° Censimento Generale dell’Agricoltura) ha rilevato che in Italia esistono 3.023.344 aziende agricole, zootecniche e forestali, con una superficie totale pari a 22,7 milioni di ettari.

Questi dati consentono di avere un’idea sia della dimensione agricola sia del suo trend ( che però andrebbe basato su più decenni, cosa che mi propongo di fare un po’ per volta). Una analisi dei dati del 2000 mostrano che un numero di aziende - nel complesso 2.108.005 - utilizzano solo manodopera familiare (81,3% del totale). Il numero delle aziende condotte "in economia", cioè quelle che si avvalgono di salariati e quelle che ricorrono esclusivamente a imprese di contoterzismo, rappresentano il 5,1% dell'universo censito e detengono quote pari al 29% della superficie totale e del 18,6% della SAU, con dimensioni medie per azienda pari a 43 ettari di superficie totale e a 19 ettari di superficie agricola utilizzata. Per quanto riguarda il titolo di possesso dei terreni, continuano a essere prevalenti le aziende che hanno terreni soltanto di proprietà (86,8%).

Se ci accontentiamo di un dato indicativo si può ricavare il rapporto tra terreno e aziende a conduzione familiare correggendo il totale per i terreni in “economia” e quindi dal rapporto tra 13,916 milioni di ettari e 2.108.005 di aziende a conduzione familiare si ottiene 6,6 ettari per famiglia.

Questi dati descrivono la riduzione nel tempo di questo tipo di economia come fosse un fenomeno naturale. Non conosco bene perché i giovani abbandonano i poderi anche quando sono consistenti e niente affatto poveri. Ho visto alcuni poderi nell’area della bonifica dell’agro pontino assegnati a suo tempo dall’Opera Nazionale Combattenti. Poderi che furono resi fertili dal sacrificio della prima generazione e anche dalla seconda ma che dopo che furono allacciati alla rete elettrica, serviti dall’acqua corrente, dal gas, telefono e, oggi, internet e quant’altro di tecnologico, dopo un evidente benessere vengono disdegnati dai giovani.
Tanto che spesso si ricorre a mano d’opera indiana che risulta discretamente insediata, in qualche caso con stanze a loro disposizione nell’edificio podesterale. Mi domando perché il processo di riduzione dell’attività agricola non è reversibile e come ce lo immaginiamo il futuro col pane e la pasta in mano alle multinazionali del grano?  


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La ricchezza familiare netta data dalla somma delle attività reali ( immobili, aziende e oggetti di valore) e dalle attività finanziarie ( depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie ( mutui e altri debiti) presenta un valore mediano ( cioè quello detenuto dalla famiglia che occupa la posizione centrale nella distribuzione della ricchezza) pari a 143.300 euro. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale (45,7 per cento nel 2010). La quota di famiglie con ricchezza negativa è aumentata al 4,1 per cento dal 2,8 nel 2010 . La concentrazione della ricchezza misurata in base all’indice di Gini è pari al 64 per cento in aumento rispetto al passato ( era il 62,3 per cento nel 2010 e 60,7 nel 2008)
Banca d’Italia. Supplementi al Bollettino Statistico. Indagini campionarie. I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012. Anno XXIV - 27 Gennaio 2014.

Andamento dell'indice di Gini secondo la Banca d'Italia

Edizioni Il Margine 2012

Fiore d'ortica

Riassetto delle scuole di specializzazione

La pagina cruciale dell'articolo di Michelson 1887

Ricordiamocelo

Una tortina per i giovani

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Ciclamino

                             
                     
                   
     

 

 

Abbazia di Fossanova

 

Generatore a effetto ruggine

Generatore cilindrico ad evaporazione

Generatore ad acqua di mare