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Vincenzo10

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Quali speranze rappresentano i gilet gialli?

Politica e attualità 17/1/2019

Nei due ultimi sabati (l’ottavo e il nono) da quando è cominciata la protesta dei gilet gialli francesi non si è notata una vera riduzione dei manifestanti. Zappando su youtube mi hanno impressionato non tanto i cortei di Parigi quanto un grande corteo pacifico a Tolosa del 12 gennaio. 
Sembra gente determinata che protesta perché desidera più salario e più pensione (lavoratori) oppure contro le tasse e contro l’euro ( un ceto medio arrabbiato). Di fronte a proteste del genere chi sta al governo pensa a tamponare la situazione, chi sta all'opposizione pensa a utilizzarla per buttar giù il governo e chi come me è socialista nell'anima cerca di capire se si preannuncia una trasformazione strutturale e sociale nell'ambito dell’evoluzione del sistema capitalistico.  

Come dicevo sotto metafora nell'ultimo post. Una grande pista a spirale pseudo-circolare rappresenta il PIL che, a ogni giro può allargarsi esternamente – e allora si è in crescita – o restringersi – e allora si è in recessione. Che il PIL possa rimanere stabile, non è considerato quasi da nessuno una condizione migliore della crescita perenne.  Che strano mondo… eppure se andiamo a vedere bene osserviamo 1) che il valore assoluto del PIL andrebbe a rapporto con la popolazione e 2) che bisogna tenere conto della qualità del PIL prima di decidere se stiamo bene o male. Perché... dove sta scritto che un aumento quantitativo del PIL – senza alcun’altra specificazione – deve essere di per sé un fatto buono per tutti?  

Sempre con la stessa metafora della gara dei cocchi, ci si potrebbe chiedere a che serve, in fondo,  un arbitraggio puro e disinteressato.  
Nelle partite di calcio un buon arbitraggio salva lo spettacolo del quale fruiscono gli spettatori che hanno pagato il biglietto. Ma nel caso dell’economia protegge i consumatori, cioè tutti noi quando sempre lo diventiamo. Di tutte le regole di cui è necessaria la stretta osservanza, la regola essenziale della gara è che il “prodotto ovvero la merce” sia conforme a ciò che è scritto sull'etichetta. Questo vale con assoluta evidenza per la produzione alimentare e per quella sanitaria. Ma certamente vale per ogni altro ramo della produzione. In seconda battuta vengono le regole con cui il prodotto viene prodotto ovvero le regole di utilizzo del lavoro e di rispetto dell’ambiente. Poi le regole sulla lealtà della concorrenza e poi le altre su cui non mi dilungo. 
Un aspetto sconcertante della gara dei cocchi è come gli abili cocchieri riescano a sedurre la dea DOMANDA in modo che essa rivolga i suoi raggi viola  verso di loro. Si chiama marketing quella parte di investimento che allo scopo di pubblicizzare il prodotto,  non si ferma alla semplice proposta informativa e procede con metodologie persuasive subdole, seducenti, aggressive. Lo scopo di questa studiatissima disciplina del commercio è quello di creare o modificare la DOMANDA. Anche qui ci sono regole dedicate all’uso di queste tecniche di vendita. Però bisogna considerare che queste tecniche non manipolano merci o cose ma persone e creano un’atmosfera culturale di cui tutti siamo imbevuti. Le regole sul marketing sono più un paravento che un vero freno all’invasione degli spot, dei messaggi e di una vera velenosa cultura.  Il che merita un approfondimento che farò in seguito. 

Oggi ho approfondito l’aspetto dell’arbitraggio perché come dicevo nel post precedente  « oltre ad esercitare la vigilanza arbitrale, un governo nazionale ha anche la pretesa di “indirizzare l’economia”. Il che significa a) creare un proprio settore pubblico  e b) favorire alcune imprese mediante incentivi e sussidi. Spesso, dietro questa pretesa si perde la funzione primaria che è quella di arbitro imparziale.» 
Non mi stupisce dunque quel che ho letto da poco. L’intervento di Mario Draghi al convegno “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia” del novembre 2009 come riportato da Marco Cobianchi nel libro dal titolo “Mani bucate” del 2011 editore Chiarelettere. 
« I sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci. Si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque; si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive» . Un mese dopo osservava. «Un’indicazione statistica fondamentale è che è più proficuo investire le risorse pubbliche nella effettiva applicazione delle leggi piuttosto che nell'erogazione di sussidi » che è il concetto che metto in evidenza perché, allo stato attuale del ragionamento, il mio modesto buon senso dice che è giusto. Anche se non me la sento di affermare che sarebbe meglio che lo stato si limitasse ESCLUSIVAMENTE al suo ruolo di arbitro imparziale. 

Se il governo di uno stato a prevalente economia capitalista non può limitare la sua funzione al mero arbitraggio, ci si deve chiedere che cosa può fare di fronte alla grande pista a forma di ruota e di fronte a 4,3 milioni di imprese per loro natura “anarchiche”. Difficile pensare che un governo possa cambiare la forza anti-egalitaria insita in un modo di produzione così diffuso e radicato. Per cui, a meno di non far ricorso a un massiccio sviluppo dell’industria di stato (eventualità ipotetica di cui mi occuperò dopo), le speranze di combattere il capitalismo attraverso una serie di riforme strutturali – ammesso e non concesso che sia mantenuto un sufficiente livello di consenso – tenuto conto oltre che della logica, dell’esperienza italiana - devono essere abbandonate anche sotto l’aspetto teorico. La via italiana al socialismo di memoria togliattiana e nenniana è stata, nei migliori suoi giorni, un mezzo per ottenere alcuni diritti – del resto importantissimi - per il popolo lavoratore. Ma la lezione che se ne è tratta è che tranne qualche freno, non è stato possibile arginare attraverso maggioranze governative la grande forza distruttiva che il capitalismo esprime anche con la sovrastruttura culturale e la corruzione politica. Danni sempre maggiori per l’umanità e per l’ambiente in cui si vive. 
Tenendo conto di questa abissale grandezza del problema che abbiamo di fronte, anche limitandosi alle possibilità di micro-interventi, è difficile pensare che un governo nato dopo promesse elettorali fuori misura e accordi tra forze eterogenee, riesca a concentrare sufficientemente in pochi punti qualificanti un'unica INTENZIONE. In particolare quella che si esprime nella realtà della manovra finanziaria. E’ difficile che un governo pervenga alla finanziaria avendo occhi liberi di osservare il grande spettacolo del sistema economico e mani libere per potervi operare conformemente ai progetti e alle promesse agli elettori. Se non altro perché il sistema è dotato di una certa inerzia e, come un fiume dal percorso già tracciato, cammina secondo i provvedimenti precedenti…. molti dei quali non possono essere aboliti. 

Comunque, nell'ambito delle micro-possibilità, la peggiore, secondo me, è quella di dar vita a governi ibridi nelle intenzioni. Partiti che già sono interclassisti per motivi elettorali, si contrappongono tra loro sulla base di concetti inerti quanto inutili. Per esempio si dice cambiamento o si dice popolo o si dice riforma e tutto per illudere le persone di poter accontentare tutti senza scontentare nessuno.  Direbbe Di Pietro “Governi cerchio-bottisti”. 
Il reddito di cittadinanza varato dai 5stelle come la quota 100 per le pensioni varata dalla Lega si iscrivono nella categoria di interventi redistribuivi finanziati dal DEBITO. Non gli è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che avrebbero potuto limare i patrimoni, rimettere l’imu o altri provvedimenti e cercare di ridurre la sofferenza sociale proponendola direttamente alla classe dei portafogli. Perché questa è materia che scotta. Oggi come oggi dire che i grandi patrimoni sono stati accumulati attraverso meccanismi iniqui e che per il principio di solidarietà dovrebbero essere limati per sollevare la povertà è un eresia che nemmeno i 5 stelle hanno avuto il coraggio di sostenere. Non avendo il coraggio di parlare dei patrimoni hanno aizzato i cittadini contro gli stipendi dei politici, hanno fatto della classe politica l’unico ( anche se meritato ) bersaglio del pubblico disprezzo e si sono presi l’appellativo di “populisti” da chi  “anti-populista”  si è guardato bene dallo scomodare i ricchi per invitarli alla solidarietà. Anche nel momento più acuto della passata recessione. 
Certo, io ora sto ripetendo una mia opinione già espressa fin dai primi post su questo tema. Ma mi propongo di argomentarla con più di qualche considerazione fino a maturare un sufficiente bagaglio culturale che mi consentirà di valutare la finanziaria attuale, varata dal governo gialloverde, sotto il profilo dell’impatto sociale.               

L’idea di condizionare lo sviluppo del sistema capitalistico sia attraverso l’industria di stato sia attraverso incentivi e sussidi alle imprese è sempre stata ossessivamente presente nella testa dei governanti. Riguardo alle possibilità di uno sviluppo strategico dell’industria di stato ne parlerò più in là. Ma ora mi preme fissare il concetto che gli incentivi e i sussidi sono una causa primaria della corruzione e della degenerazione dell’intero sistema. Moltissimi studiosi che hanno studiato la storia degli aiuti di stato arrivano alla conclusione che lo stato deve fare lo stato e non il bancomat delle imprese.  
Oltre a ciò è da ritenersi sbagliato dare soldi affinché le imprese assumano più agevolmente perché ognuno che ha sentito parlare un imprenditore sa che non si può assumere se non c’è sufficiente domanda e sa anche che la stessa precarietà dell’assunzione è figlia di una domanda fluttuante o instabile. Ragion per cui dato un incentivo, l’imprenditore fa quel tanto che gli serve per intascare formalmente l’incentivo e poi appena può si libera della mano d’opera superflua. Stressando questo ragionamento, penso che un solo lavoratore in più, anche se offerto gratuitamente dallo stato, creerebbe al vero imprenditore un certo problema di dove metterlo e di cosa fargli fare. 
Un aspetto del reddito di cittadinanza è quello per cui, come ha detto Di Maio, “se un imprenditore assume un possessore del reddito di cittadinanza riceve lui lo stesso reddito come premio per l’assunzione del lavoratore per 18 mesi”. Un incentivo all'assunzione, dunque, che in base alla mia "teoria" NON funzionerà in modo significativo e duraturo. 
Fra l’altro il sistema complessivo italiano è già in fase di stagnazione e date le sue grandi dimensioni e numerose interconnessioni internazionali, non è con qualche micro-intervento che può invertire la sua rotta. Per esempio. Risentirà della Brexit sicuramente. 

Durante il convegno – già citato - della Banca d'Italia “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia” del novembre 2009, gli economisti Giorgio Gobbi e Luigi Cannari presentarono un loro studio. Ma ripeto che non sono stati né unici né rari. 
« Gli incentivi hanno un effetto modesto sugli investimenti. I fondi pubblici sostituiscono i capitali privati, il credito agevolato riduce quello a tassi di mercato, senza che vi siano significativi incrementi nella scala di attività delle imprese » Carlo Triglia dell'università di Firenze, illustrando a chi e a che cosa servono davvero i soldi pubblici concessi alle imprese, dice: « Se si continuano a erogare, la classe politica locale sarà selezionata e valutata non sulla base della sua capacità di dare risposte a problemi collettivi, ma di moltiplicare benefici selettivi a gruppi particolari. Con il risultato che, nel tempo, questo tipo di offerta politica crea sfiducia nell'azione collettiva e alimenta opportunismo. E’ una concezione della politica basata sulla distribuzione di favori e quindi deprime a sua volta indipendentemente dalle radici storiche il capitale sociale ».  Il capitale sociale citato da Triglia consiste in quell'insieme di norme e di comportamenti collettivi anche non codificati che fanno di un indistinto gruppo di persone una comunità. I sussidi intaccano la possibilità di creare una comunità perché innescano una sorta di dipendenza elettorale da parte dei politici e di dipendenza politica da parte degli imprenditori. 


CONTINUA

Precedenti post stesso argomento:
1) Le opinioni di Renzi           08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave  etc. 14/11/18
3) I tories, i laburisti e gli italiani     21/11/2018 
4) Il carattere spietato del modello capitalistico etc. 29/11/18   
5) La polarizzazione della sofferenza sociale   08/12/2018
6) La vasta area del mal d’essere        17/12/2018 
7) La perenne gara dei cocchi      04/01/2019 


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La perenne gara dei cocchi

Politica e attualità 4/1/2019

Oggi, paragonando un’impresa italiana a un cocchio, userò questa metafora per continuare il mio ragionamento. Voglio farvi immaginare una scena di questa fantastica gara cui partecipano circa 4,3 milioni di cocchi o carri o carrozze che dir si voglia. 
Troneggia lassù, quasi fosse una dea dell’Olimpo, una grande statua vivente dai mille volti alta e mastodontica che tutti osannano. Si tratta della dea DOMANDA e i suoi sguardi creano le motivazioni della gara. Raggi violacei promanano dai suoi occhi e raggiungono i concorrenti dando loro forza e vigore.  
La pista è pressappoco a spirale circolare di lunghezza pari al PIL (circa 1700 miliardi) e ad ogni giro, se la corsa è andata bene il diametro della spirale si allunga e il percorso prosegue verso l’esterno e se è andata male il PIL cala e di conseguenza il giro si conclude dentro il precedente. 
Detto ciò la gara consiste non tanto nell’essere primi ma nel riuscire a rimanere in pista. In un gran frastuono, si scorge una lunga schiera di carri e carrozze a volte più spessa a volte più sottile, ma non si vede né l'inizio né la fine. Anche se non si sa bene dove - se dentro o fuori pista - corrono tutti. O meglio tutti si danno da fare per occuparne un pezzetto e non finire sbalzati fuori. 
In testa - ci dicono- ci sono circa 3mila carrozze veramente grandi, alcune  trainate anche da più di 250 super cavalli e sormontate da abili cocchieri e comandanti di rango. Qualcuna si avvale di un supporto da centionaia di carrozze minori controllate dalla carrozza madre. 
Se ci fossero spettatori sarebbero ammirati nel vedere quanta abilità ed efficienza si intrecciano con un certo grado di inevitabile fortuna, ma in questa corsa non ci sono spettatori passivi perché tutti sono coinvolti in questo unico ed esclusivo spettacolo. 
Subito dopo le carrozze maggiori ci sono 22mila carrozze più agili – trainate da un numero di cavalli compreso tra 50 e 250 – relativamente autonome. Corrono a più non posso, ora aggrappandosi a un carro maggiore, ora a un altro, ora da sole. Sono dei veri e propri acrobati della pista. 
Poi c’e’ la corsa di circa 200mila carrozze con cavalli da 10 a 50 e quindi 4milioni100mila carrettini con meno di 10 cavalli. In questa zona avviene di tutto e il polverone sollevato è talmente denso da non lasciare distinguere quasi nessuno. Difficile dire se invece della corsa non si stia svolgendo una vera e propria battaglia senza alcuna regola. Ogni tanto qualche carro finisce fuori pista mezzo rotto e coi cavalli azzoppati. Ma sono soprattutto i carrettini che si frantumano e risorgono in continuazione. 
Man mano che lo sguardo si allontana dai carri e carrettini di quest’ultimo tipo, la corsa si fa sempre più indistinta e diventa persino difficile decifrare se si tratta di carri con cavalli o di semplici cavalli senza carro o fantini senza cavalli. Tutta l'area circostante la pista è un brulicare di uomini e cavalli. Chi si butta per terra, chi si beve una birra, cavalli che parlano e uomini che nitriscono. Tutti sembrano presi dalla smania di partecipare, ma per qualche ragione, in quest’area il rientro in pista è molto improbabile. 

Uscendo fuori dalla metafora e per fissare le idee, l’Istat dice che negli anni dal 2011 al 2014 (detti della seconda recessione) “si sono persi circa 194mila imprese e quasi 800mila addetti su un totale di 4,243 milioni di imprese” . Questa moria di imprese non si verifica solo in tempo di recessione, ma anche in tempi di crescita. Solo che durante la crescita il tasso di mortalità è compensato da un tasso di natalità superiore.  Per consentire di rileggere la metafora e essere reale nei concetti, richiamo uno dei più comuni criteri di classificazione. 

Secondo le norme comunitarie le imprese si differenziano in:
MICRO IMPRESE se hanno:
a) meno di 10 dipendenti; b) fatturato non superiore 2 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 2 milioni di euro;
PICCOLE IMPRESE se hanno:
a) meno di 50 dipendenti; b) fatturato non superiore 10 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 10 milioni di euro;
MEDIE IMPRESE se hanno:
a) meno di 250 dipendenti; b) fatturato non superiore 50 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 43 milioni di euro;
GRANDI IMPRESE se:
a) vengono superati i parametri precedenti.

Finora non ho fatto altro che riproporre con qualche fondamento numerico, il concetto secondo cui “La concorrenza tra produttori comporta non solo lo spettro della disoccupazione per i lavoratori ma anche lo spettro del fallimento per i produttori. Il sistema cioè tende ad espellere tutto ciò che è inutile tra cui lavoratori in esubero e capitalisti deboli.” 
(Vedi il post "Il carattere spietato del modello capitalistico e i tentativi di correggerlo"  del 29/11/18 )

Ora osserviamo che tutto questo competere per soddisfare la dea “Domanda” necessita di un arbitro o, più in generale, di un sistema di arbitraggio. Il quale, come in ogni competizione sportiva, dovrebbe essere imparziale e idoneo a vigilare sull’applicazione delle regole. Questo lo capisce anche un bambino. Quindi – fuori metafora-  il governo dell’economia dovrebbe essere prima di tutto un imparziale e autorevole vigile delle regole esistenti. Lasciato a se stesso, il sistema capitalistico, lungi dal generare spontaneamente imparzialità e giuste regole, diventerebbe follemente anarchico, finirebbe per governarsi “dittatorialmente” mediante i concorrenti più forti e finirebbe per imporre al resto dell’umanità una condizione di semi schiavitù. 
Non sembri esagerata questa ultima osservazione che, del resto, mi propongo di spiegarla bene in seguito. 

Per logica, questa tendenza dovrebbe essere arginata dalla dea “Domanda”, la quale desidera, a nome dei consumatori, che le regole con cui si fabbricano i prodotti, - vuoi che siano automobili, vuoi che siano alimenti, vuoi che siano case, etc. - siano rispettate in modo che gli stessi non abbiano a soffrirne. E non è illogico pensare che, fuori metafora, una domanda civile, ben consapevole di sé possa reclamare e imporre un giudice forte, imparziale e formato fuori dal sistema; in altre parole fuori da conflitti di interesse. Viceversa, una domanda incivile, assenteista rispetto ai mezzi con cui il prodotto viene prodotto, attenta solo all’apparenza degli involucri con cui le merci sono avvolte, induce una brutta gara con colpi bassi e corruzione. E ancora…visto che ci troviamo….una domanda che si è fatta asservire dai sistemi di persuasione di massa fino al punto da non riconoscere più entro di sé il bisogno genuino dall’artefatto è causa del male “assoluto” di questo modo di produrre e, secondo me, di tutta questa nostra epoca. Perché mentre ognuno di noi è diverso in base a ciò che fa, c’è sempre un momento in cui diventa un consumatore che, con i suoi comportamenti di massa, GUIDA TUTTO IL PROCESSO ECONOMICO. 

Se ai consumatori fosse tolta del tutto la voce, il sistema capitalistico andrebbe “strutturalmente” verso l’illegalità e più in generale verso una vera dittatura dell’irrazionalità. “Strutturalmente” vuol dire che non c’è alcun lato del “modus operandi” capitalistico che riveli un reale interesse a mantenere le regole; tra cui per esempio il rispetto del lavoro e dell’ambiente. Pertanto la legalità gli deve essere imposta con fermezza anche per il suo bene. 

Osservando meglio possiamo dire che la deriva verso l’illegalità (intesa in senso lato, come tendenza al non rispetto delle regole di produzione, di commercio, ambientali, di lavoro,  etc. ) è una forza autodistruttiva causata dal “combinato disposto” 1) di un mercato in cui i consumatori giudicano e confrontano i prodotti solo in base al rapporto qualità/prezzo che appare lì e non per come sono stati generati ( rispetto del lavoro e dell’ambiente) e 2) di una risposta di tipo concorrenziale tra i produttori che rende ciascuno di essi obbligato a produrre il valore riducendo al minimo sia il costo del lavoro che il costo dell’ambiente consumato. 

Per stare alla cronaca, una illegalità con cui qualche corridore si fa strada quando si trova alle brutte, è quello di corrompere il giudice che gli sta più vicino. Tipicamente il sindaco di un comune che ha indetto una gara d’appalto. Lui mette mano ai soldi, l’altro se li mette in tasca e gli fa vincere l’appalto. 
Qui ci sarebbe da raccontare di nuovo la storia di MANI PULITE e del sistema nazionale corruttivo che era stato messo in piedi. Fece scandalo perché (vedi il caso del Pio Albergo Trivulzio) sembrò strano che fossero i politici a vessare gli imprenditori. 
Ragionando per logica gli imprenditori sono il “primum movens” perché motivati dalla gara mentre non ci sarebbe motivo immediato perché un politico o un funzionario si metta a chiedere soldi per concedere un diritto. L’osservazione sembra dire che quando la corruzione verso il politico, nata logicamente prima per iniziativa dell’imprenditore, si evolve nel tempo e diventa sistema, il rapporto si rovescia e gli imprenditori da liberi compratori coi soldi in mano diventano schiavi obbligati a tirar fuori i soldi e a fare tutti i tipi di favori – dai procacciatori di voti all’assunzione di parenti e nipoti etc.  
Badiamo che qualunque sistema competitivo esige un arbitraggio e tale esigenza è talmente robusta che persino i sistemi illegali di tipo mafioso si sottomettono alle cupole. Perciò se anche il sistema delle imprese in competizione fosse completamente abbandonato a se stesso, egli stesso creerebbe un arbitro e si darebbe delle regole. Di solito l’arbitro in questi casi è il più forte dei competitors che insieme ad altri sodali finisce per stabilire tutto il potere politico ed economico dominante. 


A partire dalle autorità comunali, poi regionali, poi nazionali e infine europee e mondiali gli uomini delle istituzioni arbitrali sono numerosi ma non si può dire che siano tanto autorevoli e potenti da non finire trascinati dagli imprenditori (della finanza e dell’economia). 

Infine…. oltre ad esercitare la vigilanza arbitrale, un governo nazionale ha anche la pretesa di “indirizzare l’economia”. Il che significa a) creare un proprio settore pubblico  e b) favorire alcuni concorrenti della gara dei cocchi. Spesso, dietro questa pretesa si perde la funzione primaria che è quella di arbitro imparziale. 
Questo è il punto più critico della analisi di cui comincerò ad occuparmi dalla prossima volta. 


CONTINUA

Precedenti post stesso argomento:
1) Le opinioni di Renzi                                 08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave  etc. 14/11/18
3) I tories, i laburisti e gli italiani                 21/11/2018 
4) Il carattere spietato del modello capitalistico etc. 29/11/18   
5) La polarizzazione della sofferenza sociale   08/12/2018
6) La vasta area del mal d’essere               17/12/2018


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La vasta area del mal d’essere

Politica e attualità 17/12/2018

L’effetto per cui, essendoci due aree sociali, tutto finisce per ruotare intorno ad esse è la polarizzazione. Da come l’ho pensata necessita di una precisazione perché l’area dei “portafogli” è più ristretta ed è più consapevole di sé e dei propri interessi. Perciò merita di essere considerata, più che un’area, una vera e propria classe sociale. 
Quasi tutto il contrario dell’area delle “sveglie” come l’ho definita nel post precedente che si caratterizza più come un area di sofferenza che non di interessi relativamente omogenei. 
Perciò il conflitto strutturale dei nostri giorni è un conflitto tra interessi di classe e sofferenza di area. Una precisazione che mi serve per mantenere nitido il concetto fondante. 

Ora….per agganciare il mio ragionamento alla realtà della cronaca farò riferimento a:
1) alla protesta dei gilet gialli in Francia
2) alla manifestazione dei SI TAV da parte delle associazioni di impresa
3) alla manifestazione dei NO TAV dell’8 dicembre 
4) alla manifestazione pro Salvini della Lega a Roma 
5) all’incontro del mondo imprenditoriale da Salvini del 9 dicembre

Non ci sono dubbi che i Gilet gialli siano un campione dell’area della sofferenza francese. Basta citare una delle tante analisi della composizione sociale, come è annotata da varii autori (….vedi….https://www.ilpost.it/2018/12/03/gilet-gialli-chi-sono/). Si tratta, in buona parte, di piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani. Naturalmente non mancano di aggiungersi gli operai e lavoratori dipendenti. 
Vari osservatori descrivono la loro protesta come manifestazione di sofferenza. Per citarne uno riporto le parole di  Chévenement quattro volte ministro della Repubblica Francese. «C’è un malessere profondo che non va sottovalutato e che riguarda una situazione sociale profondamente deteriorata che nasce dalle scelte sbagliate fatte negli anni 80 e 90» Questa sofferenza anima una protesta che non trovando corridoi istituzionali, straborda nelle strade. 

Negli  stessi giorni se passiamo dalla Francia all’Italia possiamo vedere meglio il FENOMENO italiano perché, nelle due  manifestazioni SI TAV / NO TAV, si sono fronteggiati la classe dei “portafogli” e l’area delle “sveglie” senza dar luogo a fenomeni violenti. 
Da noi l’area della sofferenza ha avuto da alcuni anni, nei 5stelle e in parte nella Lega, una canalizzazione perché ha trovato degli ascoltatori/interpreti e, nel caso dei 5stelle, ha anche generato dal suo interno i propri dirigenti politici. 
Il fatto che la Lega, da posizioni politiche assai diverse,  agganci una parte considerevole della stessa area non deve stupire. Con la Lega ci sono sia gli operai che in Emilia fino a qualche tempo fa votavano comunista e che si sono “convertiti al capitalismo” sia anche precari e semi-disoccupati che odiano i migranti perché gli tolgono il lavoro. 
Per una coincidenza della storia questa perfetta aderenza alle due forze di governo si è notata perché il giorno 8 dicembre oltre alla riuscita manifestazione di Torino (NO TAV 5Stelle) c’è stata la riuscita manifestazione pro Salvini (LEGA) a Roma. 
Voglio far notare che i linguaggi aggressivi, le ingenuità, l’incompetenza sono gli aspetti naturali di un fenomeno AUTENTICO. 

Ora vediamo cosa dicono i “portafogli” in Italia.
Ho messo qui nel dorso del blog il manifesto (pag 1 su 3) dei SI TAV come documentazione oggettiva. 

Per me questo manifesto è molto bello ed è veramente Chic. Lo dico per dire che c’è un modo di presentare lo sviluppo delle infrastrutture come si potrebbe presentare un roseto in fotografia. Tutte rose belle e profumate di cui però si trascurano le spine e il fatto che per render belle le rose, le radici sono costrette a vivere sotto terra, in una terra che puzza e forse è anche inquinata. 

Dunque loro sostengono che l’Italia ha un’opportunità derivante dalla sua collocazione geografica in base alla quale le merci che provengono dal Mediterraneo sud-orientale potrebbero avere convenienza a passare attraverso il nostro territorio per raggiungere i mercati del Nord Europa e viceversa. Una efficiente rete di trasporti veloci ci renderebbe competitivi rispetto ad altri paesi (penso Turchia Grecia e penisola balcanica). Perciò –essi dicono –  bisogna puntare su tutto ciò che è trasporto veloce. Non solo nel territorio italiano ma anche in tutta l’Europa. In particolare la Torino Lione è un pezzo di un corridoio che serve a collegare la Spagna all’Ungheria e quindi apparentemente non sarebbe strettamente necessario all’Italia. Tuttavia, essi dicono, che verrebbe meno l’apporto italiano alla costruzione di uno dei corridoi europei per il quale l’Italia a suo tempo si è battuta per evitare l’isolamento e la marginalizzazione. 

Ora la domanda è: perché dire NO a un progetto del genere?. 
Ma prima ancora CHI dovrebbe dire no? 

Per come ho già detto lo sviluppo capitalistico comporta una sofferenza per sua intrinseca natura anche quando è in fase di crescita. Detta in altre parole più usuali è la incorreggibile disuguaglianza che la produzione di tipo capitalistico comporta. Quindi chi dovrebbe aver “voce in capitolo” se non la rappresentanza politica più accreditata della sofferenza sociale?
L’ambiguità in cui versano i 5 stelle sta proprio nel mantenere una “ideologia” interclassista mentre nel loro elettorato, proprio perché prevalentemente meridionale, c’è una cospicua fetta di lavoratori precari e di disoccupati che nella storia hanno rappresentato il “rifiuto umano” di un sistema di imprese che ha preferito sempre il nord e ha utilizzato lì la mano d’opera meridionale e il territorio del meridione come una discarica. 
Quindi il Di Maio della situazione dovrebbe presentare con orgoglio non tanto un NO apriori, quanto una chiara analisi del “rovescio della medaglia”.
In effetti, sulla TAV ha detto che bisogna rifare il bilancio costi/benefici essendo passati molti anni dall’avvio. Purtroppo la frase è sembrata una tattica per prender tempo.  

Su un piano più emblematico che sostanziale su cui io sto ragionando, questa potrebbe essere una risposta GIUSTA non per tutto il popolo italiano (che non vuol dire niente) ma per l’area vasta delle “sveglie” che Di Maio, meglio che Salvini raccoglie e rappresenta e di cui dovrebbe esserne orgoglioso. E’ una sfida non tanto a dire NO ma studiare e dire come le imprese saranno guidate dallo stato, come gli effetti di disuguaglianza indotta e di corruzione saranno evitati etc. 
Io non credo che la Torino Lione giovi all’Italia mentre potrebbero giovare altri corridoi lungo la nostra penisola purché messi in campo con molta prudenza da una forza ONESTA in grado di imporre l’onestà a tutto lo Stato. 

Qualche sera fa c’è stato un servizio TV sulle imprese che riforniscono l’Ortofrutticolo di Fondi. A occhio e croce sono circa 5000 imprese di piccole dimensioni che sfruttano gli immigrati pagandoli a 3-4 euro l’ora. 
Certo se facciamo finta di non vedere (come purtroppo fanno molti dell’area dei portafogli) il pomodoro italiano è competitivo sui mercati di Francia, Germania e Europa del nord anche a causa di questa sofferenza. Se poi un corridoio veloce collegasse Fondi con il nord Europa il nostro pomodoro giungerebbe anche più fresco e più competitivo sulle tavole. L’euforia dei 5000 imprenditori sarebbe maggiore e “se fossero di buon animo” alzerebbero un po’ il prezzo che pagano agli immigrati. Ma questo sarebbe sufficiente per ridurre significativamente la sofferenza?
Tenete presente che per sofferenza non si deve intendere solo lo stato di sottopagato o precario ma cosa fa - poi - chi è in tale stato per recuperare altre risorse ( nero, delinquenza e droga).  

L’antagonismo ( nel nostro caso classe/area) quando esercitato in piena consapevolezza significa sempre accontentare alcuni e scontentare altri. Ma se questo scontentare significa correggere difetti per ridurre la sofferenza sociale, questo scontentare ha un senso GIUSTO. 

Alla luce di questo mio lungo ragionamento vedo che la Lega sarà risucchiata su posizioni più gradite al mondo degli imprenditori, anche dai più grandi, i quali già hanno dato segno che non considerano Salvini un irriducibile populista se è vero che, guidati da Boccia, il 9 dicembre  hanno accettato l’incontro con lui al Viminale. Probabilmente le posizioni così radicali sui migranti saranno abbandonate perché una mano d’opera sottopagata fa comodo al mondo di certe imprese minori e forse si riunirà il centro-destra nel momento in cui si riuniranno grandi e piccole imprese del Nord. Forse proprio intorno al progetto di rilancio delle Grandi Opere infrastrutturali. 
I 5 stelle probabilmente, restando incardinati attorno al reddito di cittadinanza e all’ambientalismo, manterranno, almeno per un po’, dentro il loro movimento la parte più “dolente” dell’area vasta delle “sveglie” ( il voto meridionale) ma poi però saranno spinti a risolvere più realmente la sofferenza di cui sono interpreti. Qui si vedrà quanto saranno capaci di stimolare forme economiche alternative mentre dovranno garantire le regole necessarie al funzionamento complessivo del sistema. Stando al governo si vedrà anche quanto saranno capaci di mantenere l’impegno personale sull’ONESTA’ e quanto saranno capaci di guarire istituzioni e funzionari dello stato che proprio di questo sono malati. 

Mi sembra che il dualismo tipico della struttura capitalista, al di là dei protagonisti politici spinge naturalmente e ormai scopertamente verso il bipartitismo. 
L’area delle “sveglie” è un’area “malata” che molti giustamente definiscono area di “malessere” sociale. Altri la definiscono l’area che subisce la disuguaglianza ed è continuamente danneggiata dai meccanismi del capitalismo anche quando è in fase di crescita economica. La stessa definizione di sofferenza su cui mi sono basato io si rivela non sufficiente a tradurre il male di ESSERE di una vasta area di persone. 
Perciò è sbagliato pensare che “dare loro un po’ di soldi” o “dare loro un lavoro” sia sufficiente perché nessun AVERE materiale può sostituire l’ESSERE che manca. 

Forse oggi azzardo troppo.. ma penso che questa area sta cercando di guarire dal male dell’isolamento individualistico. Perciò è alla conquista di ciò che nel regno dell’essere in ambito sociale si chiama il “NOI” e che si raggiunge attraverso la creazione e il mantenimento di un soggetto politico. Un soggetto collettivo costruito dal basso in rapporto dialettico con élite improvvisate figlie dello stesso processo. Un movimento che non si esaurisce nelle promesse di soldi/lavoro ma che consente di raggiungere e mantenere quella consapevolezza di sé per la quale vale la pena accettare l’ulteriore sofferenza del lottare insieme. 
I 5 stelle? Forse. Chissà.  



CONTINUA

Precedenti post stesso argomento:
1) Le opinioni di Renzi 08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave  etc. 14/11/18
3) I tories, i laburisti e gli italiani     21/11/2018 
4) Il carattere spietato del modello capitalistico etc. 29/11/18   
5) La polarizzazione della sofferenza sociale   08/12/2018


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permalink | inviato da Vincenzo10 il 17/12/2018 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


La polarizzazione della sofferenza sociale

Politica e attualità 8/12/2018

Questo è un capitolo noioso del mio ragionamento…. perché, per proseguire, dovrò definire meglio i termini e il metodo che sto usando. 
Io parto dall’analisi marxista dell’economia capitalista che la studiò all’epoca della rivoluzione industriale. Tale analisi individua due soggetti: il capitalista e l’operaio i cui interessi non sono componibili come con autorevolezza indiscussa Adam Smith spiegò più di due secoli fa e come tutte le esperienze storiche hanno finora dimostrato (corporazioni, compartecipazioni, economie miste all’italiana etc.) 
Questo dualismo strutturale crea due classi in conflitto. Le modalità del conflitto e gli esiti che si concretizzano in scelte politiche e in leggi, sono definiti dalla consapevolezza che i soggetti interessati hanno di essere entità collettive a dalla capacità di coinvolgere tutte le altre classi minori che li circondano. Su questo ci tornerò più in là. 

Io ho pensato di estendere il concetto da CLASSE ad AREA indipendentemente dalla coscienza collettiva. Ciò al fine di evidenziare la pura radice socio-economica dell’evoluzione che stiamo osservando e come essa si riflette in campo politico. Sono interessato a capire specialmente il futuro della coppia dei due partiti 5stelle e Lega.  


La prima area racchiude nella mia mente tutti coloro che per necessità o per virtù sono:
a) completamente autonomi rispetto al reddito b) hanno una dimensione "aziendale"  tale da poter consentire l’impiego di lavoratori dipendenti. 
In un certo senso sono i proprietari di imprese di dimensioni che vanno da piccolo-medie a medie a grandi e ultra grandi e perciò impiegano o possono impiegare lavoratori. Quest’area contiene certo la figura del classico imprenditore capitalista che punta al profitto ma è più estesa e differenziata. Contiene le figure dei manager che gestiscono aziende e capitali altrui, i gestori dei fondi pensione, dei risparmi accumulati da miriadi di piccoli risparmiatori.  Nella mia mente i protagonisti di tale area sono tutti caratterizzati dal fatto che sanno maneggiare il denaro e sanno dare un prezzo a tutto; a ciò che comprano, a ciò che vendono a ciò che amano. Per questo motivo, da ora in poi, li chiamerò “quelli del portafoglio”. Per quanto perennemente in competizione essi hanno una collaudata coscienza di classe con la quale non solo sottomettono gli avversari ma hanno generato una radicata cultura perfettamente funzionale al loro dominio. 

La seconda classe per me racchiude tutti coloro che per necessità o per virtù a) sono dipendenti da terzi rispetto al reddito oppure b) hanno un’attività che gli consente di ricavare il reddito da ciò che sanno fare oppure c) sono disoccupati.  Insomma sono coloro che vendono il lavoro a terzi (lavoratori dipendenti)  oppure vendono ciò che sanno fare direttamente all’acquirente (artigiani, negozianti, agricoltori, etc. ) senza però possedere dimensioni tali da impiegare lavoratori terzi… oppure sono “in attesa”…o di trovare un lavoro presso un imprenditore o di potersi mettere in proprio in qualche maniera. Nella mia mente sono tutti uniti dal fatto che oltre a essere personalmente responsabili di ciò che fanno, hanno un posto dove andare a lavorare e un orario da rispettare o desiderano averne uno. Non importa se si tratta di operai che si alzano la mattina per andare alla fabbrica o insegnanti che vanno a scuola o commessi, o infermieri che vanno al turno, o bottegai che devono aprire il negozio o avvocati che devono aprire lo studio. Per questo motivo, da ora in poi, li chiamerò “quelli della sveglia”.

Se ci pensate veramente bene e considerate il carattere prevalente dell’impiego in un congruo lasso di tempo quale è l’arco dell’intera vita produttiva durante la quale ovviamente si può passare da un area a un'altra,  questa classificazione non lascia fuori che pochissime persone. Stressando il concetto si può dire che non lascia fuori nessuno.  
Alla luce di questa classificazione ogni cittadino in età e salute idonee sta prevalentemente o aspira a stare o ha un destino per stare in una delle due aree. 

Per riassumere dirò che il motore del sistema è la competitività permanente tra produttori. Una specie di infinita gara dei cocchi come narrata nell’Iliade. Lo svolgersi di questa gara fa sparpagliare i concorrenti si che in testa vi sono sempre meno corridori. Una metafora che spiega la concentrazione di capitali nelle “mani” dei vincenti e il conseguente reimpiego nel sistema delle banche. Ne deriva non solo una continua espulsione di mano d’opera inutile o di produttori deboli ma anche una specie di recupero dei “fuori gara” attuato attraverso i canali di elargizione del credito. Tutti sanno che oggi è assai più difficile avere un aumento di salario che un prestito seppur minimo. L’effetto del “combinato disposto” di queste due azioni ( espulsione e recupero) è una specie di effetto “segregazione” di energie, uomini e valori che finiscono per trovarsi uniti in un comune destino. Credo che questo stia avvenendo nell’area “delle sveglie” anche se la consapevolezza di questa tendenza è ancora scarsa e, di conseguenza, le manifestazioni sono “strane”, definite  “né di destra né di sinistra” o anche semplicemente “populiste” o “antisistema”.  Abbiamo visto in Francia la protesta dei gilet gialli innescata dal caro carburanti. 

Ma io voglio indagare meglio sul come/perché si uniscono ovvero in che consiste il loro destino comune per poter fare una qualche sensata previsione in campo politico. 

Adesso mi occorre la definizione di sofferenza sociale. Mi serve per dare un significato scientifico tratto dalla sociologia a un concetto che altrimenti rimarrebbe vago, soggettivo e poco produttivo rispetto allo sviluppo del mio ragionamento. Userò quella tratta dalla definizione di destino che secondo Max Weber (così come lo riporta Luciano Gallino ). 
«Un elemento costantemente presente nel concetto di classe ed è rappresentato dal fatto che la qualità delle possibilità offerte sul mercato rappresenta la condizione comune del destino di tutti gli individui » 
Ispirandomi a questo tipo di definizione, per sofferenza sociale intendo non poter godere di una o più delle seguenti POSSIBILITA’ di scelta:
1) Avere o no un buon livello di istruzione e poterlo trasmettere;
2) Poter scegliere o no dove e come abitare;
3) Vivere in salute più o meno a lungo;
4) Fare un lavoro gradito, professionalmente interessante oppure no;
5) Avere o non avere preoccupazioni economiche;
6) Dover temere o no che il più modesto incidente della vita quotidiana metta in serie difficoltà sé o la propria famiglia.

Alla luce del mio ragionamento mi sento di dire che per una serie di ragioni il sistema socioeconomico ormai polarizza male attorno all’asse classico “classe dei capitalisti/classe del proletariato”  mentre si impone sempre meglio la contrapposizione di due aree: una relativamente piccola ma dominante e l’altra che comprende in pratica tutti gli altri è estesa ed è dominata. L’area col portafoglio - forte ma numericamente molto ristretta - preferirebbe lo scontro classico coi lavoratori e i loro sindacati in modo da dividerli rispetto a disoccupati, precari e “fai da te” ma il giochetto col passare del tempo e l’estendersi della sofferenza sociale non incanta più. 
Detta in sintesi il sistema economico genera una crescente sofferenza sociale e questa si diffonde in forme apparentemente incomprensibili data l’eterogeneità delle condizioni di vita. 

Più in dettaglio. Una ragione per la quale i portafogli vincono ancora è che lo scontro classico sul salario è ridotto ai minimi termini dallo spettro dei licenziamenti. Le aziende moderne, sempre alla ricerca di minimizzare i costi di produzione, possono utilizzare la delocalizzazione in ambito globale per trovare all’estero condizioni di impiego di mano d’opera, leggi ambientali e tasse assai più favorevoli. La grande gara sul mercato mondiale ( e di conseguenza anche su quello interno) offre un più che giustificato motivo per utilizzare lavoratori al minimo che serve, implementando il precariato e abolendo le leggi di tutela (art. 18). Di conseguenza la penuria dei posti di lavoro e la loro precarietà porta istintivamente i rifiutati a trovare soluzioni di sopravvivenza. Ed ecco che dalla frustrazione di dover dipendere da chi  “forse” ti può dare il lavoro, nascono tutti i tentativi del “fai da te”. Quindi le partite Iva per ditte individuali, sviluppo delle aziende a conduzione familiare, artigianato e forme di sommerso privato. 
Questa area “delle sveglie” è come una vasca in cui continuamente c’è gente che inizia qualcosa e c’è gente che finisce o fallisce. 

Possiamo ora chiederci quando si è avuta per la prima volta in Italia una manifestazione visibile di questa area. 
Lo leggiamo da Wikipedia. 
« Il V-Day (abbreviazione di Vaffanculo-Day) è stata un'iniziativa politica tenutasi l'8 settembre 2007 in diverse città italiane e all'estero, promossa dal comico Beppe Grillo con l'intento di raccogliere le firme per la presentazione di una legge di iniziativa popolare riguardante i criteri di candidabilità ed eleggibilità dei parlamentari, i casi di revoca e decadenza dei medesimi e la modifica della legge elettorale. 
L'iniziativa si tenne l'8 e il 9 settembre 2007 in numerose piazze italiane e presso diverse ambasciate italiane all'estero.
Secondo quanto successivamente pubblicato dal blog di Grillo, durante l'iniziativa furono raccolte 336.144 firme, di molto eccedenti le 50.000 necessarie alla presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare. Il successo dell'iniziativa oltrepassò le previsioni degli organizzatori, tanto che in diverse città andarono presto esauriti i moduli predisposti per la raccolta delle firme. »

Questa è stata la prima risposta polarizzata a una evoluzione del sistema socio-economico e politico che stava andando nella sua incomprensibile direzione. Una pazzesca speculazione con i mutui subprime partita nel 2006 dagli USA stava portando il mondo in una crisi di grandi dimensioni. 

Oggi che la data del V-Day è passata alla storia possiamo chiederci come mai cominciò proprio con una richiesta riguardante la condotta morale dei parlamentari e che c’entra la morale dei politici con le leggi dell’economia. 



CONTINUA

Precedenti post stesso argomento:
1) Le opinioni di Renzi 08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave  etc. 14/11/18
3) I tories, i laburisti e gli italiani     21/11/2018 
4) Il carattere spietato del modello capitalistico etc. 29/11/18   



Il carattere spietato del modello capitalistico e i tentativi di correggerlo

Politica e attualità 29/11/2018

La concorrenza tra produttori comporta non solo lo spettro della disoccupazione per i lavoratori ma anche lo spettro del fallimento per i produttori. 
Il sistema cioè tende ad espellere tutto ciò che è inutile tra cui lavoratori in esubero e capitalisti deboli. Infatti da un lato la necessità di razionalizzare la linea di produzione genera disoccupazione ( anche quando la domanda “tira” l’azienda assume sempre con parsimonia) dall’altro la “gara” sul prodotto fa aleggiare sui produttori lo spettro del fallimento.  
Questa è certamente una schematizzazione che ignora alcune cose. Per esempio il fatto che c’è anche la possibilità che si formino accordi spartitori della domanda, tipo i cartelli o anche nicchie di mercato fuori concorrenza diretta etc. ma ciò che si osserva è che questo competere o in forma tranquilla o in forma compulsiva, c’è sempre e costituisce una tendenza essenziale al funzionamento del modello capitalistico. 

Naturalmente la competizione tra i rivenditori dei mercatini comunali è cosa anche simpatica ma se si considerano soggetti più grandi la cosa prende una piega diversa. Si procede con una illegalità per evadere le tasse, per corrompere i funzionari dello stato,  per evitare di smaltire correttamente i rifiuti etc. etc….tutto per rimanere a galla oppure per allargarsi. A un certo punto il gioco si fa veramente grande perché sotto la pressione di una enorme quantità di danaro la politica comincia a cedere, dalle strutture locali agli stati che diventano paralizzati dall’indebitamento. Sui tavoli dei potenti si decide la pace, la guerra, la dannazione di interi popoli. 

Questa competizione somiglia al pedale sempre abbassato dell’acceleratore che spinge il motore alla velocità infinita e che sta condannando l’umanità intera e il suo habitat alla catastrofe. 

Oltre all’espulsione dell’ ”umanità inutile” dal processo di produzione e vendita sul mercato, si osserva  che i più forti, vincitori della gara, diventano ad ogni giro meno numerosi cosicché il profitto tende a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone. Questo fenomeno si vede bene a livello mondiale ed  è detto concentrazione. 
I capitali in eccesso o non ancora disponibili ad essere reimpiegati in attività produttive vengono consegnati alle banche dando luogo al fenomeno della crescita finanziaria. 
Ma il sistema bancario cosa è in fin dei conti? E’ un insieme di negozi dette banche che comprano i capitali all’ingrosso e li rivendono al dettaglio e, guarda caso, anche tra loro si esercita una concorrenza. Si installa lo stesso modo compulsivo di “azzannare” per non essere “azzannati”. Il risultato è da un lato una subordinazione alle grandi banche e dall’altro un gran numero di medie e piccole banche che, per vivere o sopravvivere si dedicano a drenare soldi di qualunque provenienza anche di piccolissimi risparmiatori per destinarli a finanziamenti rischiosi e spesso illegali. 
I possessori di capitali e/o i gestori di capitali si concentrano come numero esattamente come avviene per gli altri che producono beni e servizi. La loro merce invece “i.e. i capitali al dettaglio “, si redistribuiscono nell’umanità tutta sotto forma di prestiti a individui, aziende, enti locali, stati sovrani che in tal modo “si indebitano”. 
Se tu non hai soldi per fare qualcosa puoi sempre trovare qualcuno che te li presta. Il che rende lui felice (relativamente) e te indebitato. 
In altre prole: più il sistema mostra concentrazione in poche mani delle risorse più l’umanità si indebita. 

La condizione di indebitato di cui conosciamo tutti la diffusione così capillare, conduce a un interesse “di sistema” a far sì che ognuno non arrivi al punto di non poter più restituire il debito e creare una insostenibile aliquota di “sofferenza bancaria”. Il sistema naturalmente ha sempre un ottimo staff di avvocati per recuperare il danaro prestato ma quando il fenomeno dilaga (come è successo in USA nl 2008 con i subprime che furono prestiti ad alto rischio finanziario da parte degli istituti di credito in favore di clienti a forte rischio debitorio, e furono considerati da molti analisti come fenomeni di eccessiva speculazione finanziaria) non c’è molto da fare. Quindi la tendenza del capitalismo che – ripeto - non è limitata a concentrare la ricchezza ma  a redistribuire denaro in prestito….“non uccide” mandando a tappeto gli avversari… ma mantiene tutti piccoli e medi produttori, lavoratori e disoccupati in una condizione appena sufficiente a esistere. 

Si può dire che il capitalismo non vuole che qualcuno “muoia” ma che ognuno stenti a vivere e con i suoi stenti alimenti come un topo la ruota che gira. Questo è secondo me il concetto generale e moderno di sfruttamento. 


Fin dagli albori della rivoluzione industriale fu evidente a tutti che il “sistema” capitalistico andava corretto. Leggiamo in Wikipedia che « Fu con l'avvento della seconda rivoluzione industriale che il lavoro minorile venne sfruttato su larga scala nelle fabbriche, soprattutto tessili, dove i bambini lavoravano sui telai fino a 15 ore al giorno poiché le loro manine erano perfette per infilare il filo e lavorarlo e venivano pagati così poco da non poter comprarsi il cibo. Spesso le condizioni in cui lavoravano erano letali o potevano causare gravi danni soprattutto al fisico, che spesso veniva danneggiato in modo irreparabile.» 
Dal 1788 al 1901 ci furono una serie di leggi di cui riporto le più significative sempre da Wikipedia: 
« 1856 Factory Act: con tale legge si stabilì che i bambini e le donne potevano lavorare dalle 6 del mattino fino alle ore 18 di sera in inverno e dalle 7 fino alle 19 in estate. La giornata lavorativa doveva inoltre finire alle ore 14 del Sabato.
1867 Workshop Act: l'età minima di assunzione venne posta a otto anni; i minori di quattordici anni non potevano lavorare più di sei ore e mezzo e i ragazzi tra i quattordici e i sedici non più di dodici ore. I ragazzi non potevano inoltre lavorare di notte né nei giorni festivi e gli si doveva dare la possibilità di completare l'istruzione elementare. » 

Il sistema era talmente disumano e polarizzante che generò subito il proprio antagonista: il proletariato e i suoi pensatori tra cui Marx che individuò la classe operaia come portatrice di interessi contrapposti e incomponibili. 
Ma questa è storia risaputa che porta alla rivoluzione di ottobre e a tutti i tentativi violenti di sostituire l’economia di mercato con l’economia di piano concentrando quasi tutto nelle mani dello stato. 
Di questa storia resta il concetto della lotta di classe che vorrei accantonare perché più tardi ne approfondirò il tema. 

Qui però a me interessa considerare che non solo il proletariato con i suoi simboli e con il suo socialismo internazionalista desiderò di contrastare gli aspetti più brutti del capitalismo ma a loro modo i nazional-socialismi o i fascismi dell’Europa cercarono di comporre il conflitto di classe nell’ambito di soluzioni corporative ( e con un po’ di manganellate). 
A differenza del nazional-comunismo di Stalin queste dittature non cercarono di annullare il capitalismo ma di domarlo (insieme al proletariato) sottoponendo entrambe le classi all’autorità di uno stato “militaresco”. 

Al desiderio di correggere il sistema si possono ascrivere anche tentativi di soluzioni non violente come le compartecipazioni oggi discretamente diffuse in Germania  o le politiche socialdemocratiche di tassazione e altre di cui non voglio tediarvi. 

Mi interessa qui far notare che l’economia mista quale abbiamo sperimentato in Italia ad opera della DC non è stato altro che, in fin dei conti, un tentativo originale di correggere il sistema. Non a caso gli estremisti di sinistra degli anni di piombo avevano come slogan “il sistema si abbatte ma non si cambia”  e, tutto sommato, visto come è finito tutto tra debito e corruzione, avevano ragione loro. 
Perché, a mio parere, il sistema va contrastato con la lotta di classe esplicita e democratica e poi alla fine abbattuto ma mai con soluzioni autoritarie. 
Penso a una costruzione di economia alternativa inventata dai cittadini e sperimentata da loro di cui da dieci anni ho sentito parlare e preso ad occuparmi. 
E su cui scrivo oggi per meglio riflettere e per meglio sperare.  



CONTINUA

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1) Le opinioni di Renzi 08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave  etc. 14/11/18
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Honest Accounts 2017 - Come il mondo profitta dalla ricchezza dell'Africa – Ricerca finanziata da Global Justice Now. Maggio 2017

Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
OXFAM BRIEFING PAPER GENNAIO 2017
INDAGINE DEL 2016 Il reddito medio delle famiglie italiane rilevato dall'indagine sul 2016, a prezzi costanti e corretto per confrontare tra loro nuclei familiari di diversa composizione, è cresciuto del 3,5 per cento rispetto a quello rilevato dalla precedente indagine sul 2014, dopo essere pressoché ininterrottamente caduto dal 2006. È rimasto tuttavia ancora inferiore dell'11 per cento rispetto al picco raggiunto in quell'anno. La crescita è stata sospinta dall'aumento sia dei redditi unitari da lavoro dipendente sia del numero di percettori. In tutte le principali classi di reddito, è cresciuta la quota di nuclei familiari che nel corso del 2016 sono riusciti a risparmiare. Secondo le famiglie, il reddito avrebbe continuato a crescere anche nel corso del 2017. È aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi che, misurata dall'indice di Gini, è tornata in prossimità dei livelli prevalenti alla fine degli anni novanta del secolo scorso. È aumentata anche la quota di individui a rischio di povertà, definiti come quelli che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano. L'incidenza di questa condizione, che interessa perlopiù le famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all'estero, è salita al 23 per cento, un livello molto elevato. La ricchezza netta media e quella mediana sono diminuite del 5 e 9 per cento a prezzi costanti. Come in passato, il calo ha riflesso quasi interamente la caduta dei prezzi delle case. La quota di famiglie indebitate ha continuato a ridursi, al 21 per cento; il valore mediano del rapporto tra l'ammontare complessivo dei debiti familiari e il reddito è sceso al 63 per cento, dal picco dell'80 registrato nel 2012 
Banca d’Italia. STATISTICHE. I bilanci delle famiglie italiane nell’ ANNO 2016. 12 maggio 2018

Una immagine simbolo della rivolta dei gilet gialli ripresa dal sito www.ilpost.it del 2018/12/03

Manifesto delle associazioni di impresa a favore delle grandi opere infrastrutturali PAG 1/3

Manifesto delle associazioni di impresa a favore delle grandi opere infrastrutturali PAG 2/3

Manifesto delle associazioni di impresa a favore delle grandi opere infrastrutturali PAG 3/3

Caravaggio Madonna dei Pellegrini 1604-1606

Un altra idea di mercato

Edizioni Il Margine 2012

Fiore d'ortica

La pagina cruciale dell'articolo di Michelson 1887

Centrale nucleare di Latina

                                                 
                   
                 

 

 

Abbazia di Fossanova

 

Generatore a effetto ruggine