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Vincenzo10

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E che volemo fa?

Le motivazioni del mio blog 31/8/2013

Oggi sono andato dal barbiere. E’ un anziano che non nasconde le sue simpatie per il fascismo. Lo conosco da tempo e mi ha sempre incuriosito il suo modo di pensare. Naturalmente a lui non ho detto che sono del PD e, quando si parla di politica, mi presento come uno deluso da tutti, un perfetto qualunquista.
-- Non va in ferie quest’anno? --
-- So un paio d’anni che non se ne parla --
-- E come mai?... Nemmeno dieci giorni?...--
-- Dotto’ nun ce so soldi. Pe andà in montagna bisogna spenderceli un po’ --
-- Mbe.. certo … Comunque quest’anno qui ad A* nun se sta male --
-- Ci ho avuto guai colla salute e so solo. Mia moglie - lei non lo sa - è morta da diversi anni. Me so dovuto operà l’anno scorso --
-- E mo come sta? --
-- Mo non c’è male --
-- E i figli? Non si interessano a lei? --
-- Uno non c’è male. Fa il barbiere come me e ha aperto un altro negozio. --
-- Lei ne ha due se non sbaglio…. --
-- Si. L’altro me sta sempre a chiede soldi. --
Un lungo silenzio interrotto dal rumore delle forbici.
-- Ma la sua attività qui non va male….. mi sembra --
-- Dotto’ ci so troppe tasse da pagà ….. e mo pure l’IMU. Nun t’aiuta nessuno. I politici so na massa de delinquenti--
-- Ok è vero. I politici andrebbero fucilati. Però se riuscissero a dare i servizi, ad aiutare le famiglie, uno le tasse le pagherebbe più volentieri --
-- Dottò. Quelli i soldi delle tasse se li mettono in tasca loro. E allora uno come me che fa? --
-- Che fa? -- domando sorridendo e avendo capito l’antifona
-- Se li mette in tasca. Prima che me li freghi tu, te li frego io. E a me… me chiami evasore? --
--Mbe… oddio ….. evasore…..--
-- E’ come quella puttana che chiama puttana un'altra puttana! --
Mi son messo a ridere mentre le forbici riprendevano il loro za za.
Poi ho ricominciato io.
-- Sa cosa penso?... Che il popolo italiano si merita i politici che ha. Il popolo non è meglio dei politici perché c’è troppa gente che vuole vivere senza sacrifici e al di sopra delle proprie possibilità. --
-- Questo è vero… Io ho cominciato a lavorà in bottega da quando avevo undici anni --
-- Porca miseria… mi sembra incredibile! --
-- Io ho cominciato facendo il “maschietto” di bottega. Quello che spazzava per terra e spazzolava il colletto del cliente per togliergli i capelli caduti --
-- E non andava a scuola? --
-- Ci andavo quando potevo. Appena ho fatto la terza media, mio padre m’ha tolto e m’ha mandato fisso a bottega. --
-- E poi è riuscito a stare per conto suo….. --
-- So più di cinquant’anni, dotto’ che sto qui --
Ero commosso. C’era qualcosa che mi avvertiva che stava dicendo la verità, mentre i miei occhi furtivamente cercavano di osservare meglio gli arredi della bottega…. lisi, un po’ arcaici…. qualche fotografia alla parete, un grande specchio…
-- E’ un mezzo secolo di vita… passato tra queste quattro mura…. e non si è mai sentito in crisi? --
-- Dotto’ io le crisi non me le so potute permettere. Questa è stata la mia minestra e questa mi so mangiato. --
Un altro silenzio mentre le forbici riprendevano il loro za za. Poi ho rilanciato.
-- Io più che altro non posso vedé i giovani…. So sfaticati, viziati e strafottenti --
Su questo argomento ho fatto bingo.
-- Se è per questo dottò, pure io nu li posso vedé --
Una ondata di simpatia ci avvolge entrambi.
-- C’è il figlio grande che bene o male s’è messo a fa il barbiere come me e ha aperto bottega verso il centro…. non so se ha capito --
-- Proprio vicino alla piazza…. ho capito. Fa affari con i tagli giovanili….. --
-- Dottò. Guadagna bene perché mo i giovani nun ce sanno sta coi capelli senza lo stiro, la cresta e certi tagli strani che pe farlo, un taglio del genere, ce vo professione --
-- E te credo nun se sa che cavolo se vonno mette in testa…. nun sanno come tagliarseli i capelli. Nun sanno manco loro quello che vonno. --
-- Dottò ce mettessero tanto a studià pe quanto tempo perdono appresso alle fessate --
Un altro po’ di silenzio e poi ho calato la carta mia.
-- Io ci ho tre figli. Quello grande a botta di sputi de sangue mio e della madre s’è riuscito a laureà. E ha pure trovato un postarello da precario certo, ma sempre postarello è. A fine mese c’è lo stipendio. Dico io sappitelo tené e non te lamentà. Impegnati. Ma che cazzo ci vai a fa tutti i venerdì e sabato e domenica a ballà. Ma che te balli?.... E poi sta mezzo stufato e sempre scontento. Grazie perché non dorme per come dovrebbe. Conduce una vita disordinata --
Un altro po’ di silenzio nel tardo pomeriggio estivo.
-- E che volemo fa? -- ha detto lui
-- E che volemo fa? -- ho risposto io
Intanto il taglio era finito.
-- 15 euro dottò --
Poi ho visto che non mi dava la ricevuta…. e però sempre fino ad allora l’aveva data…. L’ho guardato un po’ deluso e lui:
-- Tranquillo dottò che va bene così --
-- E va bene così… -- E me ne so andato.   

 

     


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Semo boni solo a lagnà.....

Le motivazioni del mio blog 16/7/2013

            Stamattina, dopo la spesa al supermercato, sono passato dalla giornalaia.
-- Mi da la Repubblica? …………..quella bbona però-- ho detto in romanesco.
-- Ah si? Ecco questa è una copia che ho tenuto qua in fresco -- ha risposto lei stando allo scherzo.
-- No dicevo quella democratica… fondata sul lavoro --
-- E veramente ce vorrebbe. Qui stamo alla frutta e non se vede luce --
-- E che volemo fa? …. Però noi antri semo boni solo a lagnà --
-- N’se vede luce dotto’ --

Avrei voluto dire: chiamiamo i giovani, avviamo cooperative, vediamo che ci serve veramente e produciamo…..
Ma mi son reso conto che è come dire: andiamo sulla luna.
-- E che volemo fa? -- stavolta l'ho detto io.
Ho fatto un piccolo sospiro, ho messo il giornale nella borsa della spesa e me ne sono andato.


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Le prime radici: la via italiana alla cooperazione e al mercato / 4 (Lo spirito della mutua assistenza)

Le motivazioni del mio blog 23/6/2013

Insomma il capitalismo si è imposto come sistema vincente fino al punto che la critica al capitalismo è stata abbandonata sia nella teoria che nella pratica: “Tener viva, e in parte ritrovare, identità significa anche e forse soprattutto, far ripartire una stagione di pensiero forte e critico sulla natura di questo capitalismo come qua e là abbiamo già suggerito in queste pagine”.
Dunque la terza sfida è:
Terzo. UNA NUOVA CRITICA DEL CAPITALISMO. “In Italia, in seguito alla stagione ideologica che si è chiusa con gli anni ottanta, quando alcuni grandi intellettuali ( tra cui Pasolini, Sylos Labini, ma anche Paolo VI ) avevano rivolto domande cruciali al sistema capitalistico, alla distribuzione del reddito, alla natura e alla logica del profitto, mancano persone e movimenti con la statura morale e la forza delle idee per criticare seriamente questo capitalismo, e magari immaginare un “oltre” dopo di esso, senza limitarsi a ripetere narrative e parole logorate dai decenni. “
Poi segue immediatamente l’analisi critica che vede il rischio dell’integrazione nel sistema capitalistico: “ Il movimento cooperativo, a sua volta erede della grande cultura civile e umanista italiana e europea, non può limitarsi a invocare un innocuo bisogno di un’economia più etica, a organizzare qualche convegno e pubblicazione sull’impresa socialmente responsabile, senza tenere presente che etica e responsabilità sociale dell’impresa sono oggi riciclate dal sistema capitalistico e sono a esso funzionali, integrate e necessarie”
Poi la sua ricetta: “ In questo libro abbiamo invece sostenuto che occorre osare di più, e subito. C’è bisogno che la cooperazione torni a svolgere la sua funzione critica della società perché è solo quando lo ha fatto che è cresciuta e migliorato il mondo. Dovrebbe ricordare a tutti e a se stessa che la tradizione cooperativa ha conosciuto e conosce un’altra economia di mercato, insieme ad altri movimenti di pensiero e azione che hanno sfidato il dogma della ricerca del profitto come scopo dell’impresa, come una certa parte della dottrina della Chiesa, i movimenti socialisti, la teologia della liberazione, il movimento gandhiano, e parte dell’economia sociale, di comunione o solidale nel mondo”.
Quarto. SIMBOLI, PREMI, FESTA, CANTI. La quarta sfida ha a che fare con l’antico tema dei simboli. “La cooperazione dovrebbe introdurre o reintrodurre la logica premiale, sia all’interno delle singole cooperative che nei consorzi e nelle federazioni. Sono strumenti più costosi (in termini di tempo), più rischiosi (si è più facilmente criticati per le scelte fatte, perché i premi sono pubblici), meno performanti nel breve periodo, ma essenziali se si vuole creare nelle organizzazioni cooperative un legame sociale forte, un senso di appartenenza a un destino comune, un potenziamento delle motivazioni più profonde di lavoratori e dirigenti. “
“Le imprese capitalistiche, soprattutto quelle di cultura nord-americana, sanno questo molto bene, ma usando anche premi, riti e cerimonie a scopo strumentale - creare senso di appartenenza all’azienda allo scopo di fare più profitti - finiscono per non raggiungere gli obiettivi che si prefiggono, perché, come in ogni liturgia, i frutti arrivano se il rito ha un valore intrinseco, se è cioè espressione di “gratuità”.
Questa è la chiusa della quarta sfida. “Quando si soffre le feste non solo non vanno diminuite ( come a volte certi governi minacciano di fare e lo fanno ) ma vanno aumentate e create. “ E questa è una chiusa proprio bella, buona e vera.

Un nuovo spirito, oltre la notte del nostro tempo. “La cooperazione è stata ed è viva quando è stata capace di generare uno “spirito” una dimensione spirituale che ha sorretto l’azione economica e civile del movimento cooperativo. E anche in questo ha molto da dire all’Italia e all’Europa di oggi. Essa ricorda al mercato due cose: che il principio economico non è l’interesse personale, ma il mutuo vantaggio o più propriamente, mutua assistenza, dove mutua assistenza dice di più rispetto al solo mutuo vantaggio ( tipico del contratto), perché pone l’accento sui beni relazionali, sulla generosità e sulla gratuità, tipici della mutualità.”

 



Le prime radici: la via italiana alla cooperazione e al mercato / 3

Le motivazioni del mio blog 21/6/2013

Può la cooperazione avere oltre a un glorioso e straordinario passato, anche un felice e fecondo futuro. qui ed ora, nell’attuale società di mercato globalizzato? Certo - dice Luigino - ma deve affrontare e vincere delle sfide.
Dunque apre il capitolo cardine di tutto il libro “Quattro sfide per una nuova Italia e per una nuova Europa”. E sentite che botta!
Primo: COOPERARE SIGNIFICA, OGGI COME IERI, INCLUDERE. E vi pare poco di quanto è bello questo concetto? Ma non è solo bello, è utile perché l’inclusione (persino delle persone disabili) deve funzionare in modo che ci sia un dare e un avere, una mutualità. “Anche una persona con la sindrome di Down può realizzare un contratto di mutuo vantaggio con un impresa: occorre però che l’imprenditore civile sia veramente innovativo e generativo, perché il mutuo vantaggio è sempre una possibilità ( non si realizza automaticamente e sempre) che richiede molto lavoro e creatività; quando questo accade, il mercato si trasforma in vero strumento inclusivo e di autentica crescita umana e civile”.
Vedo che attualmente la disabilità è affrontata principalmente nell’ambito della famiglia cui si aggiunge un contributo dello Stato che prende corpo sia nell’istituzione sanitaria di assistenza e sia nel sostegno economico. Tra la famiglia e lo stato si inserisce, non tanto spesso, la legge 482/1968 sui disabili nelle imprese. Essa è pur sempre l’espressione di una ottima intenzione. Tuttavia l’idea di Luigino ci aiuta a capire che non una impresa for profit ma una impresa cooperativa è la soluzione più giusta perché è impregnata dello spirito di fraternità. Tenendo ben presente che l’assunzione di un disabile è sempre un fatto impegnativo, una impresa cooperativa costituisce comunque un habitat non eccessivamente finalizzato ai ritmi, all’efficienza della produzione. E quindi un qualcosa di più vicino a una famiglia. E’ perciò un habitat in cui il disabile ha maggiori possibilità di “restituire” quanto viene fatto per lui. Naturalmente fino a dove è possibile e nei casi in cui è possibile. Ma questa “restituzione” che non si misura in quantità, ha un altissimo valore sociale che risulta economico per svariati motivi ma soprattutto perché costringe noi a impegnarci a rafforzare il patto umano che ci tiene insieme. Noi che siamo tutti…. chi più e chi meno…. dei disabili. Quest’ultimo pensiero è mio.
Secondo: LA SFIDA DELL’IDENTITA’. Un grande progetto culturale, da ricreare a partire dalle origini… orientato al futuro. “Alla radice dell’occasione persa dalla cooperazione di dar vita non solo a imprese cooperative ma a una intera economia di mercato cooperativa, capace di trasformare dal di dentro il capitalismo, c’è anche ( ma non solo ) il non aver investito adeguatamente in formazione, cultura, teoria, ricerca di qualità, università.”
Appunto. Qui c’è l’unico polo motore dell’unico desiderio della mia vita. Trasformare dal di dentro il capitalismo. Fosse pure tra trecento anni. Sopprimere finalmente la contrapposizione tra l’euforia del vincitore e l’invidia del perdente che più dello sfruttamento, più della rovina dell’ambiente, più del disordine economico sono la rovina dell’umanità. Ma provare a vivere senza né invidia e né euforia e imparare a vivere questo grande sentimento che si chiama fraternità.
La cooperazione del ventunesimo secolo deve riappropriarsi della propria differenza specifica e recuperare la dignità della sua evoluzione, storia, cultura, valori, anima: se non farà così tra poco uomini e scimpanzé non saranno più distinguibili, perché tutti regrediti allo stadio evolutivo dello scimpanzé.
C’è solo una piccola differenza nell’organismo biologico dell’uomo rispetto allo scimpanzé dal momento che il 98% del DNA è lo stesso. Analogamente anche se ci fosse altrettanta omogeneità con la governance e la comunicazione delle imprese capitalistiche la differenza evolutiva dipenderebbe da quel 2% di differenza.
“Credo ad esempio che sia molto urgente dar vita a scuole di managment interne alla cooperazione, che formino soprattutto i giovani a governare quelle realtà relazionalmente complesse come le cooperative. “
“Uno dei grandi meriti storici della cooperazione è anche quello di aver mostrato che è possibile dar vita a imprese, anche di significative dimensioni, senza dover necessariamente abbracciare la forma capitalistica d’impresa, i suoi valori e le sue regole. Almeno è quanto è riuscita a fare, soprattutto in Italia, dalla sua fase fondativa fino a pochi decenni fa, anche se dobbiamo registrare che negli ultimi tempi il mondo della cooperazione ha iniziato a somigliare troppo alle imprese capitalistiche sue concorrenti e ormai una carta socio rischia di non essere dai clienti più sostanzialmente distinguibile da una fidelity card degli altri supermercati.”


Poi seguono le altre due sfide……




Le prime radici: la via italiana alla cooperazione e al mercato / 2

Le motivazioni del mio blog 9/6/2013


Mi piace tantissimo questo libro. Vorrei commentarlo in modo organico e completo ma mi rendo conto che non è possibile qui. Oggi trascrivo un pezzo che viene logicamente dopo il concetto di FRATERNITA’ , di cui bisogna ricordare esistono due aspetti: quella di sangue o naturale e quella civile. Noi parliamo della fraternità civile che, con la Rivoluzione francese, si è affiancata esplicitamente al concetto di libertà e uguaglianza.

La modernità. nel rifondarsi su nuovi principi, sentì allora che non bastavano i diritti di libertà e di uguaglianza per fondare la nuova società. Per questa ragione l’esperienza storica della cooperazione è squisitamente moderna, perché fu esperienza di uguaglianza e di libertà ma anche di fraternità. La fraternità doveva anch’essa diventare ( almeno nella versione mediterranea dell’illuminismo ) un principio fondamentale nella nuova idea di bene comune, poiché dice “legame”, relazione, patto.

Attenzione adesso al pensiero profondo che lui espone.
Ma essendo un legame, un rapporto, un “bene relazionale”, la fraternità è potenzialmente sempre una “ferita”, poiché in un rapporto di fraternità non abbiamo il controllo della risposta degli altri ai quali liberamente e su un piano di uguaglianza sostanziale siamo legati ( e gli altri non lo hanno della nostra: le ferite, nella vita sono sempre reciproche).

Adesso viene fuori un pezzo di superba bellezza nel paragrafo dedicato a FRATERNITA’ E MERCATO.
Chi vive la cooperazione sa molto bene, e lo sa sulla sua carne, che la mutualità orizzontale e fraterna è luogo di maggiore gioia, felicità, vita rispetto alle imprese capitalistiche: ma sa anche che è luogo di maggiori ferite, perché quando si rinuncia alla mediazione immunizzatrice della gerarchia, e nella costruzione della cooperativa si accetta il corpo a corpo “immediato” con gli altri cooperatori, per costruire comunità lavorative fraterne e su un piano di uguaglianza, le relazioni si arricchiscono e si complicano, aumentano i conflitti relazionali, che sono sempre i primi e decisivi conflitti di ogni comunità cooperativa, da cui dipendono vita, benessere, malessere, successo e morte di tali esperienze. Si vive di più ma, e forse perché, si soffre di più per le ferite delle relazioni interpersonali. Anche per questo una delle sfide più urgenti della cooperazione è investire nell’arte dell’accudimento e della gestione dei conflitti relazionali, che non può essere affidata, nelle cooperative, ai consulenti formatisi alla scuola della cultura capitalistica, perché i conflitti della fraternità hanno le loro tipiche note, che vanno conosciute e riconosciute, per poi essere sanati e accompagnati. Si deve fare di più se non si vuol rinunciare alla fraternità.

Ecco la chiave della cooperativa. Sono le relazioni interpersonali. Questo è il vero “capitale” della cooperativa. Il libro prosegue con l’illustrazione del concetto che: I CONTRATTI NON REGGONO SENZA PATTI E quindi sulla distinzione tra il contratto ( che è una categoria tipica della prassi delle imprese capitalistiche) e il patto ( che invece ha fondato la tradizione cooperativa).
Luigino dice:
In conclusione il contratto sta oggi invadendo la vita economica e civile, perché sembra promettere una vita in comune senza sofferenze, perché si “esce” con meno dolore dai contratti rispetto ai patti. Ma la vita in comune, anche quei brani che si svolgono all’interno delle organizzazioni e delle imprese, hanno bisogno soprattutto di un nuovo patto sociale, di nuove alleanze; perché se è vero che senza contratti non c’è vita organizzativa e civile buona, è ancora più vero che la vita in comune, dentro e fuori le imprese, non fiorisce e si intristisce con i “soli” contratti.



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Honest Accounts 2017 - Come il mondo profitta dalla ricchezza dell'Africa – Ricerca finanziata da Global Justice Now. Maggio 2017

Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
OXFAM BRIEFING PAPER GENNAIO 2017
Alla fine del 2014 la ricchezza netta delle famiglie italiane era in media di 218.000 euro. Il patrimonio del 30 per cento delle famiglie italiane più povere (7.000 euro in media) rappresentava meno dell’1 per cento della ricchezza complessiva; per contro, il 5 per cento delle famiglie più abbienti, con un patrimonio medio di 1.300.000 euro, deteneva oltre il 30 per cento della ricchezza complessiva. Per larga parte delle famiglie il patrimonio è costituito in misura preponderante dall’abitazione di residenza. Tra il 2012 e il 2014 la ricchezza netta familiare media è scesa in termini reali dell’11 per cento, per effetto di una significativa diminuzione tra le famiglie più abbienti (-15 per cento nel quinto più alto) dipesa in larga parte dal calo del prezzo degli immobili. Per le famiglie al di sotto della mediana della ricchezza, il patrimonio netto medio è aumentato del 4 per cento, quasi interamente per il calo delle passività finanziarie che riflette sia la minore esposizione media degli indebitati sia il minor numero di questi ultimi. L’indice di Gini della ricchezza netta è diminuito di tre punti, al 61 per cento. 
Banca d’Italia. Supplementi al Bollettino Statistico. Indagini campionarie. I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012. Anno XXV - 03 Dicembre 2015.

Andamento dell'indice di Gini secondo la Banca d'Italia

Caravaggio Madonna dei Pellegrini 1604-1606

Un altra idea di mercato

Edizioni Il Margine 2012

Fiore d'ortica

La pagina cruciale dell'articolo di Michelson 1887

Centrale nucleare di Latina

                                                 
                   
                 

 

 

Abbazia di Fossanova

 

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