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forme economiche alternative

Vincenzo10

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Perché abbiamo bisogno della morale individuale.

diario 23/6/2019

Secondo il mio parere il modo di produrre capitalistico - così ben disciplinato dentro la singola unità produttiva quanto anarchico e individualista nell’insieme complessivo delle sue unità - presuppone un suo modello di uomo universale che non funziona a prescindere dall’esistenza o meno della lotta di classe. 
Le teorie dello sviluppo capitalistico hanno sempre promesso l’estensione del benessere proponendo a tutti la sua ricetta tipica, il suo stile, la sua concezione dell’uomo e di ciò che può renderlo felice. Ma ciò non è mai accaduto e la DEPRESSIONE bipolare che scompone l’umanità in chi è euforico e in chi è abbattuto e stanco, ha preso il sopravvento.  
La corruzione dilagante è la risposta più evidente di questo fallimento che è di tutta l’umanità - filocapitalista o no - ed esso è morale prima ancora che economico.

 
Una volta che gran parte d’umanità è stata condizionata a consumare merci nel senso economico, anche la merce politica ovvero i miti del potere sono diventati oggetti del desiderio di massa. 

Perciò, una volta che i dominatori hanno scardinato la morale individuale attraverso un'idea unica ed edonistica di felicità e hanno trasformato il problema morale in un problema di mera creazione e manutenzione delle regole… perché stupirsi se in una delle tante notti – quella del 8 maggio 2019 – in uno dei tanti posti – un innominato hotel romano - due politici (Lotti e Ferri) incontrano ben cinque consiglieri del CSM (Cartoni, Lepre, Criscuoli, Spina, Morlini ) oltre che il pm romano Luca Palamara per discutere di come aggiustare le nomine di magistrati. In particolare quella del procuratore di Roma che è un posto di potere assai interessante perché i convenuti tramano affinché il loro candidato ( l’attuale p. g. di Firenze, Marcello Viola) accumuli i voti sufficienti e diventi PROCURATORE DI ROMA. 

Stupirsi tanto dei giudici più che dei politici…. ma perché? Io oggi me la prendo con chi – pur giustamente e profondamente preoccupato – ha tuttavia in antipatia di pronunciare la coppia di parole “morale individuale” e, in evidente difficoltà concettuale, si appella all’ennesima richiesta di nuove regole o di rafforzamento di quelle esistenti. O anche alla speranza di una nuova tecnica di spionaggio… perché no? 
Senza pensare che il corrotto è membro di una genia di persone su cui le intercettazioni o i trojan nel cellulare possono fare qualcosa finché c’è sorpresa ma prima o poi la genia si ricompone come ci ha insegnato la storia di mani pulite. Sorpresa poi finché si riesce a tenere il segreto e non si finisce in un fiasco come il caso delle microspie in CONSOB. 
L’idea per cui le regole, robuste quanto volete, o le tecniche di spionaggio, furbe come volete, certamente necessarie e indispensabili – sono io il primo a dirlo - possano però sostituire la morale individuale, ci ha reso ciechi perché non si può irretire l’opera creativa di colui che vuol veramente sgarrare e, in un modo o nell’altro, arriva al momento opportuno di solitudine dove non c’è nessuna regola che possa vederlo. 
Vale per il giudice, per il politico, per il medico, per l’amministratore etc. 

Non ci sono né regole né mezzi tecnici che possono averla vinta su una coscienza individuale corrotta che, moltiplicata a milioni, rappresenta il degrado di civiltà a cui siamo giunti. Per abbatterla bisogna trovare le persone che costituiscono gli anticorpi, saperle riconoscere, valorizzarle e proporle a tutti. 

Fin dall'antichità 
Ora se il verso del ragionamento lo prendiamo dal lato dei costumi, bisogna tener conto del fatto che fin dall’antichità la storia dell’uomo è stata fatta di decadenza e riscatto. Penso all’epoca romana della repubblica e delle guerre puniche, giustamente ricordate da Sallustio come un periodo di severità dei costumi che si ripercuotevano anche in successi militari, penso alla successiva decadenza del tardo impero causa dei fallimenti militari verso i barbari. Penso al sopraggiungere di uno strano fenomeno religioso denominato cristianesimo, che - a modo suo - forgiò uomini eroici e determinati e frenò la decadenza. Poi venne il medioevo con alti e bassi – un crogiolo di violenza ma anche di temperamento - fino alla rivoluzione francese. Modestamente penso che sempre nell’uomo sia aleggiato lo spirito di ribellione anche se raramente abbia dato luogo a trasformazioni rivoluzionarie. 
Penso che il tipo di uomo che ha dominato il novecento manteneva ancora dentro di sé il carattere robusto e rissoso del medioevo. Dico questo perché mi sembra che, rimanendo nell’ambito delle lotte operaie di contrasto al capitalismo, al sorgere del socialismo di fine ottocento, all’affermarsi del comunismo su scala mondiale del primo novecento, alla resistenza dei partigiani etc. , il protagonista tipo di tutta questa fase rivoluzionaria non somiglia più – come temperamento – a nessuna delle personalità dei nostri giorni. 

La depressione
Giovani e meno giovani di oggi mostrano poca resistenza, poco volere, poca forza morale (qualsiasi cosa si possa intendere per morale). Certe volte sembra di vivere fra tanti smidollati. Sono depressi ovvero o sono euforici o stanno sul letto a poltrire. Guardando un po’ più in dettaglio direi che i giovani americani della generazione del Vietnam giustamente si opposero in gran numero alla guerra ma da un punto di vista “militaresco” il coraggio che mostrarono di avere i vietcong fu nettamente superiore. Essi erano uomini di una qualità più antica e più robusta. 
Il famoso ’68 francese durò il mese di maggio. Fu una fiammatina rivoluzionaria di molte parole. Così più o meno altri movimenti fino a venire ai nostri giorni coi gilet gialli che di positivo hanno mostrato una ammirevole costanza ma che oltre a qualche vetrina rotta non hanno saputo andare. 
Del resto nella nostra Italia politica anche proteste/ribellioni non orientate a sinistra si sono caratterizzate da fiacchezza morale, fuochi di paglia. 
Penso alle origini della lega, a Bossi con la padania e le acque del Po, una storia che finisce coi diamanti e con Belsito; penso alla strana storia di Fini, - erede di Almirante – moralmente caduto sulla casa del cognato, ma anche ai Gasparri e altri che quando ci fu la rottura con Berlusconi lo avevano abbandonato. Una storia di incredibili voltafaccia che hanno chiamato realismo ma che avrebbero dovuto chiamare edonismo. 

Dal dopoguerra all'oggi
Nell’invisibile profondo del corpo sociale italiano, dal dopoguerra in poi, tutti possono constatare viarie specie scomparse. Tra cui una tipologia di uomo di sinistra. Non mi riferisco solo ai dirigenti o leader come l’ultimo Berlinguer ma a quella vasta categoria dei segretari di sezione e di semplici militanti. In una parola ai compagni. E’ scomparso proprio il tipo di persona, piuttosto coraggioso, tenace, forse un po’ paranoico, ma serio e tendenzialmente colto. 
Contemporaneamente a me sembra che anche la tipologia del prete e del cattolico impegnato nel sociale sia stata fortemente dissipata. Forse negli ultimissimi tempi dietro l’apostolato di papa Francesco c’è stata una ripresa (penso a Don Ciotti ad es.) ma con riferimento al secolo che origina dalla seconda guerra, si deve constatare il calo di forza della testimonianza cattolica. Sia di destra che di sinistra. 

L'avvento del marketing politico 
Se partiamo dalla crisi dell’essere cattolico come si è sviluppata in Italia dal dopoguerra in poi e pensiamo al momento in cui è stato confermato il divorzio forse possiamo capire la potenza della causa che io chiamo oggi “ideologia del marketing”, approdata in Italia intorno agli anni ’70 e che furono anche gli anni di Pasolini. Infatti essa si origina negli usa intorno al finire degli anni 50 poi prende sempre più piede su scala mondiale stimolata dal confronto con il comunismo sovietico e approda al reaganismo nella sua forma compiuta. Quando – intorno ai primi anni ’90 - i metodi della persuasione commerciale sbarcano in ambito politico, il primo ( in verità c’era già stato un persuasore politico che aveva lavorato per la DC se ricordate lo slogan “La DC ha vent’anni”) a farne un uso massiccio è stato il nostro miliardario Berlusconi. 
Possiamo dire che da allora si chiamerà berlusconismo la cultura dell’edonismo reaganiano trascinata in politica con i metodi della persuasione commerciale. 

Ad oggi
Ora se si osserva lo spettacolo delle masse che si fanno i selfie appresso a Salvini - che come giustamente dice Bersani … è una riedizione di Berlusconi e se si ascoltano le interviste di gente semplice che sparla contro i disgraziati del mondo, è più che plausibile pensare - nei fatti di cronaca spiccia quando si vede e si sente di strutture in cui il personale di assistenza picchia gli anziani disabili – che la tipologia morale sia la stessa. Che il disprezzo per il disabile sia la logica continuazione dell’odio verso l’immigrato è un pensiero che deprime parecchio. 
Perciò quando ci sentiamo così persi dobbiamo passare in rassegna quante persone che conosciamo possono essere considerate “robuste” moralmente, diciamo eroi e in particolare quegli eroi nascosti che si dedicano alla fratellanza. 

Diciamo che dobbiamo cercare gli eroi della fratellanza.  
Quando cominciò la rivoluzione francese ci furono tre parole. Libertà, uguaglianza e fratellanza. Il liberalesimo degenerato in liberismo ha prima predicato e ottenuto l’uguaglianza giuridica ma poi in campo economico ha costruito l’egoismo. La disuguaglianza che ha origine nel meccanismo capitalistico è stata considerata un valore perché l’uomo sarebbe motivato a dare di più in una esaltante competizione. Un’idea balorda che è stata fatta dilagare ad arte. Penso che oggi chi si dedica alla fratellanza è certamente anticapitalista perché implicitamente presuppone la collaborazione degli uomini fra loro. Gli eroi dell’anticapitalismo sono gli stessi della fratellanza. 

Ora non mi resta che fare un esempio reale. 
Qualche sera fa il giornalista Domenico Jannacone ha intervistato un curioso ma grande personaggio… Dario D’Ambrosi autore, regista e attore del Teatro Patologico Romano. Quest’uomo ha dedicato la sua vita all’idea di utilizzare il teatro per aiutare pazienti mentalmente disabili ad uscire dall’isolamento. Un uomo grande nella sua semplicità e soprattutto un uomo vero capace di farsi rinchiudere tre mesi in un manicomio per meglio capire e rappresentare in teatro. Ricorda altri del genere suo come Basaglia. 
L’opera di persone del genere, anche non orientata politicamente, è sicuramente anticapitalista perché il loro agire è inclusivo, propone e chiede collaborazione, crea comunità ed è rivolto all’affratellamento dell’umanità. 
Lo stesso giorno (il 20/06/2019) in cui è andata in onda la trasmissione di Jannacone il tg 1 aveva trasmesso il caso di una comunità terapeutica di Gavi (Alessandria) in cui i ricoverati venivano picchiati. Lo dico per sottolineare la contrapposizione ma anche per ricordare che nelle cronache locali quasi tutti i giorni vengono notiziati casi del genere che mostrano la dimensione di massa del degrado morale. 

Ma non bisogna aggredire i reprobi. 
Se vogliamo rendere fertile il nostro pensiero, dobbiamo cercare di conoscere le loro motivazioni, e, in un certo modo simbolico, ci dobbiamo far rinchiudere nelle menti di chi compie questi gesti. 
Parlo dei mostri cattivi. Dei picchiatori di anziani, disabili, bambini. 
Capire non per giustificare ma per riconoscere le stesse motivazioni e le stesse istigazioni che operano in noi stessi. Perché sentirsi antirazzisti è una cosa facile, ma esserlo veramente è difficile. 


Immaginiamo la grande comunità di chi è nato o vive in Italia. 
Come in un enorme cesto di mele milioni di individui affrontano la vita quotidianamente spesso in solitudine culturale, morale e fisica. Sono mele fragili, alcune guaste e altre proprio bacate. Eppure in mezzo a loro ci sono le mele robuste vicino alle quali le fragili diventano più resistenti e le altre malate ne risentono comunque beneficamente. 
Sono rarefatte ma ci sono.





permalink | inviato da Vincenzo10 il 23/6/2019 alle 7:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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IMMAGINE RIPRESA dal sito de IL MESSAGGERO 11 Febbraio 2019 «Latte, prezzo troppo basso: monta la protesta dei pastori sardi, minacciato lo stop del voto »

Thomas Piketty, Le capital au XXIe siècle Copyright Editions du Seuil 2013; Edizione GIUNTI Editore SpA /BOMPIANI 2017 ISBN 978-88-58-77305-5 Le distinzioni sociali non possono che fondarsi sull'utilità comune. Articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino - 1789

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Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
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