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Vincenzo10

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Lo Stato è DELIMITATO, il Capitalismo è SCONFINATO

Politica e attualità 9/2/2019

Un aspetto del reddito di cittadinanza che, in linea di principio, va nella direzione giusta è il tentativo di agevolare l’incontro della domanda di lavoro da parte di un imprenditore con l’offerta di un disoccupato in attesa. Questa connessione è affidata a un centro dell’impiego, potenziato nei suoi mezzi informatici. E' un aspetto positivo perché lo Stato aiuta a connettere una richiesta di lavoratori stimolata dalla effettiva e reale domanda di beni e servizi a un offerta di lavoro che servirà necessariamente per soddisfarla. 
In questo caso siamo di fronte a uno Stato che punta a rendere più efficiente il sistema, agevolandolo nella fase in cui la domanda di lavoro cerca l’offerta. A me sembra che ciò “non introduca distorsioni” e, ammesso che possa avvenire superando le difficoltà “tecniche” e ammesso che avvenga in misura massiccia, può effettivamente dare una spinta in su all’economia.

Per approfondire il concetto di Stato che agevola ma che non distorce attraverso inopportuni incentivi diretti a singoli settori o addirittura singole imprese, potrei pensare in astratto a uno Stato che per conto proprio, utilizzando le risorse del proprio territorio e il migliore know how crea un’azienda e produce ad es. energia a basso costo. Tutte le altre aziende del territorio nazionale se ne avvalgono senza “né figli né figliastri” e continuano la loro corsa con i loro cocchi. Una cosa del genere non riesco a concepirla come “distorsiva” e non capisco perché si sia giunti a demonizzare così tanto lo Stato produttore.  
Ma ne riparlo tra un po’ dopo aver parlato dell’IRI. 

La distorsione della concorrenza, un elemento che ho descritto sopra, mi serve per introdurre subito - problematicamente - il problema dello Stato arbitro, giocatore e terapeuta di fronte al sistema economico nel suo complesso. Perché la prima cosa che si obietta è che se lo Stato si limita a un buon arbitraggio e a interventi di puro aumento dell’efficienza, indipendentemente da preoccupazioni di miglioramento sociale o del benessere in quanto tale (crescita tout court) otterrà un plauso da tutti gli imprenditori ma non da tutti i cittadini. 
Allo Stato attuale delle mie convinzioni, un arbitraggio decente è condizione necessaria ma non sufficiente. Sono convinto che un popolo intero con le sue classi e sottoclassi non può affidarsi a un capitalismo libero privato ancorché ben regolato. 

Il sistema delle imprese sembra una anguilla. Se lo accudisci come lui desidera, ovvero senza distorcerlo, ti scarica tutte le sue contraddizioni e, checché ne dicano i liberisti, 1) non si evolve verso forme socialmente più sopportabili e 2) crea poco sviluppo della qualità/quantità dei beni comuni e dell’ambiente 3) espone la nazione ai capricci della domanda e alle conseguenze di una specie di gioco d’azzardo con le follie dei mercati. Se invece lo accudisci per correggerlo, dovrai diventare tu giocatore in campo e sarai soggetto a sbagli, sarai stretto in una morsa tra lo scopo sociale e il meccanismo aziendale, per cui, secondo alcuni finirai NECESSARIAMENTE per danneggiare il popolo, e secondo altri finirai PROBABILMENTE (non necessariamente ) per danneggiare il popolo. 
Questo NECESSARIAMENTE o PROBABILMENTE è il dilemma che affronto adesso. 

Mi sono chiesto se il fallimento dell’economia di Stato in un paese socialista sotto la dittatura del proletariato ha dimostrato veramente e per sempre che proprio lo Stato non può essere “economico”. O se invece ha dimostrato che è piuttosto l’aspetto culturale e politico con o senza corruzione che si accompagna robustamente a ogni intervento statale in economia che ne distrugge lo scopo. Mi chiedo perché, quelle che furono le partecipazioni statali di cui voglio ricordare la vicenda dell’IRI, sono finite come tutti sanno. 
Fu un esito dovuto alla conduzione politica della DC o fu un esito che ci sarebbe stato comunque, anche se le partecipazioni fossero state gestite dal PCI? 
Non sono ancora in grado di rispondere ma ritorna, in questo mio lungo ragionamento, la questione della corruzione. Sempre un po’ in secondo piano perché finora mi son dato la regola di analizzare i meccanismi economici a prescindere (quanto più possibile) dalla soggettività culturale e politica con cui essi sono guidati. Ma temo che dovrò dare un maggior peso a questo aspetto della vita economica e dei suoi protagonisti. 

Se lo Stato arbitro interviene come produttore, nell’allegoria dei cocchi, è come se un piccolo segmento della pista fosse occupato da un enorme carrozzone che porta su di sé e trascina intorno a sé migliaia di carrozze medio grandi. Il carrozzone dell’arbitro nel caso IRI valeva circa il 2-3% del PIL e questo dato consente di avere una vaga idea di quanto sia grande il sistema delle imprese nel suo complesso. Date queste considerazioni ho preso l’IRI come esempio di fallimento dell’economia di Stato e mi sono documentato per sapere più dettagliatamente perché l’IRI che nella metafora è rappresentato da un carrozzone (non per disprezzo preconcetto ma per far sorridere un po’ il lettore) viene chiuso insieme a tutte le partecipazioni statali. 

Per esattezza mi sono rifatto al sesto libro della collana “Storia Dell’IRI- 6. L’IRI nella economia italiana”. (Per inciso. Ogni libro di questa collana dell’ editore LATERZA ha un suo specifico autore, quello del sesto pubblicato nel 2015 è Pierluigi Ciocca. Un autore che ho trovato piuttosto comprensibile, ampio ed esauriente ). 

Ciocca, dal capitolo 9 del suo libro, spiegando bene perché l’intervento dello Stato si rende necessario – in generale - elenca ben 10 negatività dell’economia capitalistica. « Carenza di beni pubblici comuni socialmente meritevoli. Asimmetrie informative. Esternalità negative, ambientali soprattutto. Difetto di concorrenza. Mercati incompleti. Caccia a posizioni di rendita. Iniquità distributive. Vuoti di imprenditorialità. Ritardo nella crescita e disoccupazione. Instabilità nelle tre forme monetaria finanziaria produttiva.» L’autore delinea così quello che ci si aspetterebbe che fosse il ruolo dello Stato. « Se pure con vario grado di successo incappando anch’esso in fallimenti nel tentativo di ovviare lo Stato agisce quindi nell’economia in più di una veste: legislatore; regolatore; allocatore di risorse; stabilizzatore; promotore di sviluppo; produttore esso stesso di beni e servizi». 
Sostanzialmente il sistema IRI era già stato condannato dal trattato di Roma del 1957 il quale «aveva mirato a un mercato comune senza barriere o privilegi, con le imprese in competizione su un piano di parità». «Dalla direttiva della commissione europea n 723 del giugno 1980 fu un susseguirsi di regole comunitarie e di pronunce della corte di giustizia europea che resero sempre più stringenti i vincoli agli aiuti di Stato».
Questo punto è importantissimo perché impatta a mio parere sullo scopo sociale affidato all’istituto fin dalle sue origini. Perché se le aziende IRI non devono più essere “opportunamente” aiutate dallo Stato allora devono diventare elementi autonomi in un mercato libero. Pertanto devono obbedire al principio della minimizzazione dei costi e degli sprechi sulle linee di produzione, programmarsi in base alle previsioni del mercato internazionale, ristrutturarsi o rischiare il fallimento. Lo scopo sociale poi - ad esempio vendere energia a basso costo alle imprese italiane – che non sarebbe distorsivo nei confronti del sistema delle imprese italiane e sul mercato italiano, lo diventerebbe sicuramente nei confronti del mercato europeo. Poiché i prodotti italiani nascerebbero sgravati nel prezzo di un’aliquota energetica e quindi slealmente agevolati agli occhi dei giudici europei. 

Ecco la risposta, dunque. La differenza tra l’intervento di agevolazione dell’incontro domanda/offerta di lavoro come quella prospettata dal reddito di cittadinanza non agisce direttamente abbassando il costo di produzione, mentre un’energia a buon mercato abbassa il costo di produzione direttamente. E questo fatto mentre non è distorsivo DENTRO il mercato nazionale lo è per il mercato comune FUORI che protegge la concorrenza di aziende europee. 
L’attacco che l’Europa, preoccupata di evitare distorsioni alla concorrenza nel mercato comune/mercato unico d'Europa, muoverà al sistema Italiano, si concretizza a partire del 1986. «Vennero riguardati con sospetto financo i denari pubblici investiti nella forma di Fondi di dotazione il capitale conferito alle imprese dallo Stato azionista. Leon Brittain, commissario europeo alla concorrenza dal 1989 al 1993, sarebbe giunto a stigmatizzare come folle l’intervento eccessivo dello Stato nell’economia. Nel 1989 Bruxelles stimò che gli aiuti concessi dallo stato Italiano alle imprese private e pubbliche era pari al 55% del totale degli aiuti statali dell’intera comunità. Nel critico settore della siderurgia una nota della commissione aveva giudicato insufficienti i tagli di capacità produttiva in eccesso previsti dal piano Finsider 1983-1986. Nel maggio del 1988 alla nota era seguita una formale procedura di infrazione per le reiterate sovvenzioni alla finanziaria dell’IRI. Dal gennaio del 1986 una direttiva comunitaria aveva vietato la copertura di perdite non associata a tagli di capacità nelle produzioni siderurgiche. Un ulteriore contenzioso fra la commissione e lo stato Italiano avrebbe riguardato gli aiuti che sarebbero stati accordati all’Alfa romeo. I casi si sarebbero poi moltiplicati. »

Quanto sopra per citare a campione un paio dei numerosi fatti raccolti nel libro. Vi risparmio tutta la fase della svendita dell’IRI, l’anno cruciale 1992, la fase di privatizzazione che andrebbe raccontata a parte per capire bene da quale classe politica ed economica siamo stati governati. 
Ci ritornerò più in là. 
Mi sembra dunque assodato che l’Europa antistatalista e liberista è stata la causa ESOGENA non unica ma certamente fondamentale della morte dell’IRI e dell’idea stessa di economia mista “italiana”. Altro fattore ESOGENO all’IRI, non meno rilevante, è stata la conduzione politica dei governi italiani a dir poco incerta e contraddittoria. 
Eppure l’idea del mercato comune dei produttori europei governato da un’autorità sovranazionale che riservasse a sé l’esclusivo ruolo di emanatore e severo controllore ( arbitro ) delle regole non era malvagia. Puntava a proporre al mercato mondiale beni e servizi di qualità. Marchio CE. 

Lasciando stare per un momento la questione sociale che sottende il capitalismo in ogni fase (sia nelle fasi di recessione che in quelle di crescita con tendenza strutturale e perenne ad aggravarsi ) questa idea fascinosa del mercato europeo “regolato” cozzò duramente con la globalizzazione e con i prodotti assolutamente concorrenziali degli stati emergenti. In particolare con l’economia mista e super assistita della Cina. Avevano temuto la situazione mista e l’eccessivo statalismo dell’Italia e si ritrovarono invasi dai prodotti dello statalismo misto cinese. 

Ma forse è proprio il concetto di Stato come espressione di una nazione ovvero di qualcosa di “confinato” che fallisce nei confronti del Capitalismo che è un concetto ultra-nazionale, qualcosa di “sconfinato”. Il mercato comune, l’Europa geopolitica è stato l’ambito in cui economicamente il capitalismo europeo si è affermato e, politicamente, ha imposto le sue esigenze liberiste. Gli stati membri dopo aver provato a “mettere regole” comuni hanno dovuto digerire – chi bene chi male – crisi sociali, politiche, culturali dei principi umanitari fondativi, contro cui ognuno ha reagito indietreggiando verso un suo proprio “nazionalismo” ( da ultimo la Gran Bretagna). 
Chi più chi meno ha cercato di risolvere nel proprio ambito nazionale la crisi indotta senza che si formassero a livello europeo (tranne forse la BCE) le istituzioni di un vero e proprio Stato Europeo capace di indirizzare il Capitalismo Europeo e, in qualche modo, di sovrastarlo. 
E se allarghiamo il discorso in ambito mondiale vediamo che “quadra” ancora meglio perché il fallimento del Governo Mondiale dell’Economia e il ripiegamento “alla Trump” dentro i confini nazionali è sotto gli occhi di tutti. Eppure, una specie di Stato Mondiale in grado di imporre al Capitalismo Mondiale buone regole sarebbe una bella cosa, desiderata dall’intera umanità dei popoli. 
Tuttavia non gradita ai signori del denaro e della concorrenza!. 
L’umanità, purtroppo, avrà bisogno di loro finché non avrà inventato una nuova forma di economia più civile e più giusta. Loro finiranno nel momento in cui diventeranno inutili. Sarà l’epoca di ciò che io chiamo nuovo socialismo. 
CONTINUA
Precedenti post stesso argomento:
1) Le opinioni di Renzi 08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave etc. 14/11/18
3) I tories, i laburisti e gli italiani 21/11/2018 
4) Il carattere spietato del modello capitalistico etc. 29/11/18 
5) La polarizzazione della sofferenza sociale 08/12/2018
6) La vasta area del mal d’essere 17/12/2018 
7) La perenne gara dei cocchi 04/01/2019
8) Quali speranze rappresentano i gilet gialli? 17/01/2019



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