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Vincenzo10

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La perenne gara dei cocchi

Politica e attualità 4/1/2019

Oggi, paragonando un’impresa italiana a un cocchio, userò questa metafora per continuare il mio ragionamento. Voglio farvi immaginare una scena di questa fantastica gara cui partecipano circa 4,3 milioni di cocchi o carri o carrozze che dir si voglia. 
Troneggia lassù, quasi fosse una dea dell’Olimpo, una grande statua vivente dai mille volti alta e mastodontica che tutti osannano. Si tratta della dea DOMANDA e i suoi sguardi creano le motivazioni della gara. Raggi violacei promanano dai suoi occhi e raggiungono i concorrenti dando loro forza e vigore.  
La pista è pressappoco a spirale circolare di lunghezza pari al PIL (circa 1700 miliardi) e ad ogni giro, se la corsa è andata bene il diametro della spirale si allunga e il percorso prosegue verso l’esterno e se è andata male il PIL cala e di conseguenza il giro si conclude dentro il precedente. 
Detto ciò la gara consiste non tanto nell’essere primi ma nel riuscire a rimanere in pista. In un gran frastuono, si scorge una lunga schiera di carri e carrozze a volte più spessa a volte più sottile, ma non si vede né l'inizio né la fine. Anche se non si sa bene dove - se dentro o fuori pista - corrono tutti. O meglio tutti si danno da fare per occuparne un pezzetto e non finire sbalzati fuori. 
In testa - ci dicono- ci sono circa 3mila carrozze veramente grandi, alcune  trainate anche da più di 250 super cavalli e sormontate da abili cocchieri e comandanti di rango. Qualcuna si avvale di un supporto da centionaia di carrozze minori controllate dalla carrozza madre. 
Se ci fossero spettatori sarebbero ammirati nel vedere quanta abilità ed efficienza si intrecciano con un certo grado di inevitabile fortuna, ma in questa corsa non ci sono spettatori passivi perché tutti sono coinvolti in questo unico ed esclusivo spettacolo. 
Subito dopo le carrozze maggiori ci sono 22mila carrozze più agili – trainate da un numero di cavalli compreso tra 50 e 250 – relativamente autonome. Corrono a più non posso, ora aggrappandosi a un carro maggiore, ora a un altro, ora da sole. Sono dei veri e propri acrobati della pista. 
Poi c’e’ la corsa di circa 200mila carrozze con cavalli da 10 a 50 e quindi 4milioni100mila carrettini con meno di 10 cavalli. In questa zona avviene di tutto e il polverone sollevato è talmente denso da non lasciare distinguere quasi nessuno. Difficile dire se invece della corsa non si stia svolgendo una vera e propria battaglia senza alcuna regola. Ogni tanto qualche carro finisce fuori pista mezzo rotto e coi cavalli azzoppati. Ma sono soprattutto i carrettini che si frantumano e risorgono in continuazione. 
Man mano che lo sguardo si allontana dai carri e carrettini di quest’ultimo tipo, la corsa si fa sempre più indistinta e diventa persino difficile decifrare se si tratta di carri con cavalli o di semplici cavalli senza carro o fantini senza cavalli. Tutta l'area circostante la pista è un brulicare di uomini e cavalli. Chi si butta per terra, chi si beve una birra, cavalli che parlano e uomini che nitriscono. Tutti sembrano presi dalla smania di partecipare, ma per qualche ragione, in quest’area il rientro in pista è molto improbabile. 

Uscendo fuori dalla metafora e per fissare le idee, l’Istat dice che negli anni dal 2011 al 2014 (detti della seconda recessione) “si sono persi circa 194mila imprese e quasi 800mila addetti su un totale di 4,243 milioni di imprese” . Questa moria di imprese non si verifica solo in tempo di recessione, ma anche in tempi di crescita. Solo che durante la crescita il tasso di mortalità è compensato da un tasso di natalità superiore.  Per consentire di rileggere la metafora e essere reale nei concetti, richiamo uno dei più comuni criteri di classificazione. 

Secondo le norme comunitarie le imprese si differenziano in:
MICRO IMPRESE se hanno:
a) meno di 10 dipendenti; b) fatturato non superiore 2 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 2 milioni di euro;
PICCOLE IMPRESE se hanno:
a) meno di 50 dipendenti; b) fatturato non superiore 10 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 10 milioni di euro;
MEDIE IMPRESE se hanno:
a) meno di 250 dipendenti; b) fatturato non superiore 50 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 43 milioni di euro;
GRANDI IMPRESE se:
a) vengono superati i parametri precedenti.

Finora non ho fatto altro che riproporre con qualche fondamento numerico, il concetto secondo cui “La concorrenza tra produttori comporta non solo lo spettro della disoccupazione per i lavoratori ma anche lo spettro del fallimento per i produttori. Il sistema cioè tende ad espellere tutto ciò che è inutile tra cui lavoratori in esubero e capitalisti deboli.” 
(Vedi il post "Il carattere spietato del modello capitalistico e i tentativi di correggerlo"  del 29/11/18 )

Ora osserviamo che tutto questo competere per soddisfare la dea “Domanda” necessita di un arbitro o, più in generale, di un sistema di arbitraggio. Il quale, come in ogni competizione sportiva, dovrebbe essere imparziale e idoneo a vigilare sull’applicazione delle regole. Questo lo capisce anche un bambino. Quindi – fuori metafora-  il governo dell’economia dovrebbe essere prima di tutto un imparziale e autorevole vigile delle regole esistenti. Lasciato a se stesso, il sistema capitalistico, lungi dal generare spontaneamente imparzialità e giuste regole, diventerebbe follemente anarchico, finirebbe per governarsi “dittatorialmente” mediante i concorrenti più forti e finirebbe per imporre al resto dell’umanità una condizione di semi schiavitù. 
Non sembri esagerata questa ultima osservazione che, del resto, mi propongo di spiegarla bene in seguito. 

Per logica, questa tendenza dovrebbe essere arginata dalla dea “Domanda”, la quale desidera, a nome dei consumatori, che le regole con cui si fabbricano i prodotti, - vuoi che siano automobili, vuoi che siano alimenti, vuoi che siano case, etc. - siano rispettate in modo che gli stessi non abbiano a soffrirne. E non è illogico pensare che, fuori metafora, una domanda civile, ben consapevole di sé possa reclamare e imporre un giudice forte, imparziale e formato fuori dal sistema; in altre parole fuori da conflitti di interesse. Viceversa, una domanda incivile, assenteista rispetto ai mezzi con cui il prodotto viene prodotto, attenta solo all’apparenza degli involucri con cui le merci sono avvolte, induce una brutta gara con colpi bassi e corruzione. E ancora…visto che ci troviamo….una domanda che si è fatta asservire dai sistemi di persuasione di massa fino al punto da non riconoscere più entro di sé il bisogno genuino dall’artefatto è causa del male “assoluto” di questo modo di produrre e, secondo me, di tutta questa nostra epoca. Perché mentre ognuno di noi è diverso in base a ciò che fa, c’è sempre un momento in cui diventa un consumatore che, con i suoi comportamenti di massa, GUIDA TUTTO IL PROCESSO ECONOMICO. 

Se ai consumatori fosse tolta del tutto la voce, il sistema capitalistico andrebbe “strutturalmente” verso l’illegalità e più in generale verso una vera dittatura dell’irrazionalità. “Strutturalmente” vuol dire che non c’è alcun lato del “modus operandi” capitalistico che riveli un reale interesse a mantenere le regole; tra cui per esempio il rispetto del lavoro e dell’ambiente. Pertanto la legalità gli deve essere imposta con fermezza anche per il suo bene. 

Osservando meglio possiamo dire che la deriva verso l’illegalità (intesa in senso lato, come tendenza al non rispetto delle regole di produzione, di commercio, ambientali, di lavoro,  etc. ) è una forza autodistruttiva causata dal “combinato disposto” 1) di un mercato in cui i consumatori giudicano e confrontano i prodotti solo in base al rapporto qualità/prezzo che appare lì e non per come sono stati generati ( rispetto del lavoro e dell’ambiente) e 2) di una risposta di tipo concorrenziale tra i produttori che rende ciascuno di essi obbligato a produrre il valore riducendo al minimo sia il costo del lavoro che il costo dell’ambiente consumato. 

Per stare alla cronaca, una illegalità con cui qualche corridore si fa strada quando si trova alle brutte, è quello di corrompere il giudice che gli sta più vicino. Tipicamente il sindaco di un comune che ha indetto una gara d’appalto. Lui mette mano ai soldi, l’altro se li mette in tasca e gli fa vincere l’appalto. 
Qui ci sarebbe da raccontare di nuovo la storia di MANI PULITE e del sistema nazionale corruttivo che era stato messo in piedi. Fece scandalo perché (vedi il caso del Pio Albergo Trivulzio) sembrò strano che fossero i politici a vessare gli imprenditori. 
Ragionando per logica gli imprenditori sono il “primum movens” perché motivati dalla gara mentre non ci sarebbe motivo immediato perché un politico o un funzionario si metta a chiedere soldi per concedere un diritto. L’osservazione sembra dire che quando la corruzione verso il politico, nata logicamente prima per iniziativa dell’imprenditore, si evolve nel tempo e diventa sistema, il rapporto si rovescia e gli imprenditori da liberi compratori coi soldi in mano diventano schiavi obbligati a tirar fuori i soldi e a fare tutti i tipi di favori – dai procacciatori di voti all’assunzione di parenti e nipoti etc.  
Badiamo che qualunque sistema competitivo esige un arbitraggio e tale esigenza è talmente robusta che persino i sistemi illegali di tipo mafioso si sottomettono alle cupole. Perciò se anche il sistema delle imprese in competizione fosse completamente abbandonato a se stesso, egli stesso creerebbe un arbitro e si darebbe delle regole. Di solito l’arbitro in questi casi è il più forte dei competitors che insieme ad altri sodali finisce per stabilire tutto il potere politico ed economico dominante. 


A partire dalle autorità comunali, poi regionali, poi nazionali e infine europee e mondiali gli uomini delle istituzioni arbitrali sono numerosi ma non si può dire che siano tanto autorevoli e potenti da non finire trascinati dagli imprenditori (della finanza e dell’economia). 

Infine…. oltre ad esercitare la vigilanza arbitrale, un governo nazionale ha anche la pretesa di “indirizzare l’economia”. Il che significa a) creare un proprio settore pubblico  e b) favorire alcuni concorrenti della gara dei cocchi. Spesso, dietro questa pretesa si perde la funzione primaria che è quella di arbitro imparziale. 
Questo è il punto più critico della analisi di cui comincerò ad occuparmi dalla prossima volta. 


CONTINUA

Precedenti post stesso argomento:
1) Le opinioni di Renzi                                 08/11/2018
2) La coscienza di classe è la chiave  etc. 14/11/18
3) I tories, i laburisti e gli italiani                 21/11/2018 
4) Il carattere spietato del modello capitalistico etc. 29/11/18   
5) La polarizzazione della sofferenza sociale   08/12/2018
6) La vasta area del mal d’essere               17/12/2018


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