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Vincenzo10

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La coscienza di classe è la chiave di funzionamento del sistema politico

Politica e attualità 14/11/2018

Come ho cercato di spiegare nel precedente post “Le opinioni di Renzi”, il punto da cui partire per una descrizione della fenomenologia politica attuale è quello del bipolarismo che, avendo origine nel modo di produzione, si dovrebbe proiettare nel modo più naturale, in campo politico, in due partiti in competizione: il socialista e il liberale. 
Questa proiezione analizzata in astratto è costituita da un elemento centrale fondante cui si aggiungono elementi culturali, un contesto di istituzioni non economiche di stato e solo alla fine elementi politici. Si tratta della maturazione della cosiddetta “coscienza di classe” che, in brevi parole, è per gli uni il desiderio di conservare il modo attuale di produzione e per gli altri il desiderio di superarlo. 

I capitalisti che nella loro dimensione sociale vengono definiti borghesia, sono imprenditori grandi e piccoli,  banchieri,  commercianti, imprenditori delle concessioni, etc. che, normalmente, per ragioni di business sono in contrasto tra loro e in un certo senso sono degli anarchici individualisti aggressivi tanto che alcuni li vedono come dei veri e propri squali, gente senza scrupoli che è pronta a distruggere i propri simili.
Questa visione è esagerata ma in alcuni casi calza. Potete pensare ai piccoli commercianti (che sono capitalisti un po’ particolari)  quando, nel quartiere o nel comune, un giorno appare un supermercato. Tanti negozietti allora chiudono o son messi a mal partito. Un altro giorno appare Amazon ovvero il negozio digitale e sono fatti ancora più amari anche per i supermercati. Pensate a quanta impietosa sofferenza è stata e viene inferta. 
Ugualmente dicasi per gli imprenditori che non competono affatto in maniera leale anche se lo volessero perché – per esempio - sono trascinati dalla competizione e, non appena possono, si avvantaggiano dei favori che gli vengono dai funzionari corrotti e tirano avanti insensibili a quanto disagio e sofferenza  creano in quelli che non hanno corrotto nessuno. Metaforicamente parlando, una giungla al di là delle apparenze di una legalità esibita ma mal tollerata o anche un mare di squali contro pesci e pesciolini. 
Tuttavia questo mondo assai vivace e aggressivo, quando si tratta di respingere attacchi globali alla categoria si compatta. Ve lo dice la strenua resistenza di tutti loro a pagare le tasse, la strenua lotta a ottenere dallo stato vantaggi nell’impiego dei lavoratori (art. 18),  la possibilità di sfruttare il territorio e l’ambiente in un modo spesso disastroso (.i.e. per es. i rifiuti, la mercificazione di ogni bellezza naturale)  e tanti altri esempi che vi risparmio. Questa omogeneità di intenti nei momenti cruciali si chiama coscienza di classe. In questo caso è la coscienza della classe dominante. E’ una coscienza che funziona. Non mobilita verso un mondo futuro da conquistare ma verso il mantenimento ( o anche allargamento) dei beni nel mondo che già si possiede. 

Sul versante opposto i proletari che nella loro dimensione sociale vengono definiti lavoratori sviluppano la coscienza a partire da chi non possiede nulla o quasi, che sa di non contare nulla come individuo. Essa perciò consiste nella speranza di avere un futuro migliore. 
Poiché una "realtà virtuale" è la base di questo tipo di coscienza si comprende quanto essa possa essere fragile ed esposta a rotture e frammentazioni. E’ l’opposto di quella coscienza dei capitalisti che, invece, in mezzo ai contrasti individuali ci vivono benissimo. 
L’esperienza dello scontro diretto in fabbrica, i ritmi, il peso della solitudine sono  elementi che  creano le basi per unire queste persone. Quando cominciarono gli scioperi, l’operaio capì che - se unito - poteva vincere sul padrone. 
Con l’esperienza viva della stagione degli scioperi questa classe scoprì presto il suo lato fragile. Strutturalmente fragile. Perché oltre ai proletari scioperanti perché inseriti nella produzione e quindi salariati c’erano i disoccupati. 
La presenza di questo fantasma condizionò e condiziona tuttora il passaggio da una classe senza coscienza a una coscienza di classe dei proletari in economia e lavoratori in società. Ciò lo sanno bene i sindacalisti e non mi dilungo su questo. 

Prima di proseguire voglio metter  qui una mia personale osservazione. 
Sembra che il processo di aggregazione di gente dotata di nulla non solo dal punto di vista materiale ma anche da quello culturale e morale non ha bisogno di concretezza ma di simbologia. Allora, all’epoca della rivoluzione industriale, venne coniato il termine socialismo. Il simbolo: la bandiera rossa, il sol dell’avvenire. Il quadro: quello di Pelizza da Volpedo (Il quarto stato). Anche gli uomini simbolo primo tra tutti Di Vittorio e tanti altri sindacalisti e non. Il simbolo e la speranza aggrega più di ogni sciopero vinto economicamente. Il socialismo forse è una utopia, ma se questa utopia ti fa vivere è pur sempre meglio di una realtà che ti fa morire. 

La durezza della sottomissione in fabbrica e nelle campagne, le condizioni di lavoro comune aggregano verso una coscienza collettiva. Nello stesso tempo l’avvenire non è il presente e c’è chi pur essendo lavoratore non rinuncia al proprio individualismo che, nei termini in cui sto parlando io, significa disgregazione vestita di concretezza. Questa concretezza significa mettere da parte qualche risorsa individuale e, non appena possibile diventare un lavoratore autonomo. In senso ampio questo concetto abbraccia da chi chiede l’elemosina a chi spaccia a chi comincia vendendo limonate a chi si propone come baby sitter o chi utilizza qualche risorsa ereditata etc.  
Detta nella metafora dei pesci, diventare uno che impara a nuotare per conto suo per diventare un pesciolino e poi un pesce sempre più grande. Quindi la coscienza della classe dei lavoratori fin dalla sua nascita si compone di un’ala futurista che sogna ad occhi aperti e di un’ala "presentista" che spera nel salto della quaglia e che qui mi piace definire per puro manierismo personale, l’ala rossa e l’ala gialla. 

Un ultimo chiarimento. 
Quando si usa il termine lavoratore c’è sempre qualche cretino che dice: 
«ma siamo tutti lavoratori !!» per cui chiarisco. Con il termine lavoratore nel contesto del ragionamento che io sto facendo, si indica una persona che, dotata di abilità prevalentemente pratiche, è necessitata a vendere il proprio lavoro per vivere. 
Un'altra cosa sbagliata è dire «anche il capitalista lavora!». Il capitalista si stressa. Il lavoratore si stanca. Il primo crea tutto ciò che gli serve per ottimizzare il rapporto qualità/prezzo del suo prodotto ed è sempre “in tiro” per qualcosa che è esclusivamente suo. Il secondo si annoia per qualcosa che non è suo (alienazione). 
Infine il disoccupato si dispera perché non sa come sbarcare il lunario ed è impaurito dallo spettro della fame e del freddo. 

CONTINUA 


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permalink | inviato da Vincenzo10 il 14/11/2018 alle 14:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
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