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Vincenzo10

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Harakiri film del 1962 e i suicidi islamici

diario 2/12/2017

Il film giapponese Harakiri diretto da Masaki Kobayashi, del 1962 narra di una curiosa pratica compassionevole che si era formata perché – come dice wikipedia - agli inizi del XVII secolo, la pacificazione violenta del Giappone ad opera dello shogunato, aveva provocato la caduta di molti signori della provincia e la conseguente creazione di un esercito di ronin (samurai caduti in disgrazia) privi di impiego e costretti a muoversi verso le città. 

Questi uomini alla deriva non avendo alcuna possibilità di lavorare essendo nobili e figli di nobili, inventarono una particolare forma di accattonaggio. In pratica il samurai in crisi si presentava al castello di un nobile signore chiedendo di fare harakiri. Il nobile feudatario, sapendo bene che era solo un modo di impietosire, cercava di distoglierlo sia con buone parole che con una cospicua donazione in moneta o in lavoro. Donazione che dopo una debole opposizione veniva regolarmente accettata. 

Il film narra la vicenda di un nobile feudatario che, stufo di questa pratica, qualche tempo addietro aveva riunito il consiglio di famiglia e insieme agli altri avevano tutti deciso di non concedere più nulla ai samurai accattoni. E così era successo che quando si era presentato uno di essi e aveva cominciato la cerimonia del harakiri nessuno degli intendenti e consiglieri l’aveva interrotto e il povero giovane aveva dovuto fare veramente harakiri. Per giunta squallido e doloroso perché eseguito con una spada di legno, triste simulacro della formidabile spada di argento e oro che aveva dovuto vendere per indigenza. 
La morte del giovane però, non aveva lasciato indifferente il suocero che decide di vendicarlo. 
Più di qualche mese dopo il triste episodio, presso la corte del castello si presenta proprio lui nella veste di aspirante al harakiri e chiede perciò la dovuta assistenza. Di fronte a tale richiesta l’intendente, ignaro della parentela, pensa bene di avvertirlo della triste sorte toccata al suo predecessore. Ma Hanshiro (è il suo nome) è irremovibile, chiede i tre samurai assistenti previsti dal rito. Ma, stranamente, questi non si trovano, o meglio, non sono disponibili perché, ancora più stranamente, tutti e tre ammalati. 
Si capirà dopo, quando Hanshiro scoprirà le carte, che in realtà era stato lui poco prima di entrare nel castello, che li aveva sfidati e li aveva umiliati tagliando loro l’onorato codino. 
Quindi la straordinaria durata dell’attesa consente a Hanshiro di raccontare la sua esistenza. 

Racconta così che lui conosceva il giovane, figlio di un grande samurai e divenuto suo genero per aver sposato sua figlia da cui aveva avuto anche un nipotino. Sapeva che Motome, (questo il nome del genero) dopo aver cercato invano lavoro, era giunto a vendere la spada, senza per questo evitare che la moglie e il figlioletto si ammalassero a causa degli stenti. Quindi era vero che si era presentato al palazzo per denaro, ma solo per salvare moglie e figlio, che senza alcun sostegno qualche giorno dopo lo avevano seguito nella morte. 
Il racconto, come prevedibile, non commuove l’intendente il cui cuore incupisce di più. 
Finito il racconto della sua storia, Hanshiro apre la veste e getta in terra davanti a lui i tre codini che aveva reciso ai tre samurai al servizio del nobile che avrebbero dovuto assisterlo. Sfidati da lui, a uno a uno, avevano ceduto l’onorato codino piuttosto che la vita e poi erano corsi a rintanarsi in casa. A questo punto il consigliere chiama le guardie. Avviene lo scontro armato. Hanshiro uccide quattro avversari e ne ferisce altri otto; poi passa a profanare i resti imbalsamati del fondatore del nobile casato e si dà la morte. 
Un gesto di valore simbolico che unisce la profanazione alla morte di una tradizione non più riconosciuta. 
L’intera vicenda ha una conclusione ancora più amara. Infatti, ufficialmente, per salvare le apparenze, a fine eccidio il nobile radunerà le vittime nel cortile, cui vanno aggiunti i tre bugiardi cui l'intendente ha imposto, senza alcuna pietà, di fare essi stessi harakiri. Farà quindi diffondere la voce che i morti fossero stati causati da un'epidemia di influenza. L'onore e il buon nome della casata sono preservati da una sapiente finzione. 

Ecco ora il mio commento al film. 
Il film illustra un’epoca di transizione: la fine del tempo dei samurai. Ma la sua trama si presta a essere considerata sotto diversi punti di vista. Come l’ho sentita e capita io la vicenda narrata ruota sulla compassione. Un sentimento che, nei tempi della decadenza, data la tradizione dei samurai, non poteva essere invocato apertamente da un nobile guerriero in difficoltà, ma che non poteva nemmeno essere eluso da un nobile arricchito che sentiva suo dovere mostrarsi generoso. 
In tali tempi, una tacita intesa era alla base di un rituale che nascondeva l’accattonaggio, un’intesa certamente originata da un autentico sentimento di compassione, ma che poi si era ridotta a una forma di sopportazione per l’ospitante e di disperazione per l’elemosinante. Insomma un cerimoniale di cui entrambi avrebbero fatto volentieri a meno. 
La scena centrale del film non è lo sfregio alla tomba del fondatore dinastico, nello sfolgorante suicidio di Hanshiro, ma il vergognoso tentativo di uccidersi con una spada di legno di suo genero Motome. 
Egli è il giovane personaggio “moderno” della vicenda. 
Motome è quello che “non ci ha pensato due volte” a vendersi la spada gloriosa e a rimpiazzarla con una di legno per aiutare economicamente la sua famiglia, e che, ingenuo e fiducioso, corre dal nobile signore, sicuro di ricevere aiuto. 
Lui è “il lato A” del nuovo che avanza - come sempre - piuttosto indifferente ai valori dell’onore e dei padri e con quel atteggiamento strafottente di chi pensa che l’elemosina compassionevole gli sia dovuta. Giovane che va incontro alla morte perché non si rende conto del “lato B” del nuovo che si è già inoltrato nel cuore del nobile e del suo clan indurendolo. 

Contro questo indurimento del cuore si scatenerà l’azione vendicativa, premeditata, del suocero Hanshiro. Il quale dapprima costringerà i presenti ad ascoltare le serie ragioni familiari che avevano mosso il giovane Motome a chiedere aiuto e la morte di tutta la famiglia che ne era derivata dopo che essi, crudelmente, ne avevano consentito lo squallido e atroce suicidio. Poi li costringerà ad ascoltare i particolari della loro vergogna, quando i loro samurai, da lui sfidati, si erano arresi per cedere alla sua lama compassionevole i loro codini piuttosto che la propria vita. Infine dopo lo scontro e l’uccisione delle guardie di palazzo conclude la sua vendetta con la profanazione della tomba del fondatore dinastico e, in uno scenario di solitudine che simboleggia anche l’estremo vuoto affettivo, si conclude il suicidio finale del personaggio. Un uomo divenuto solo e alieno al suo stesso mondo. 
Un processo di estraneazione all’ambiente umano e sociale che ricorda – vagamente - il suicidio di Anna Karenina. 

Ma, come il romanzo di Tolstoj, è un film che ci mette su una strada buona per capire meglio il modo in cui i suicidi islamici vedono noi. Io non ho mai pensato a moventi banali originati puramente nella loro religione ma ho preferito sempre cercare di mettermi, per quanto possibile, dietro il loro punto di vista. Ho pensato che noi, forse, per loro risultiamo non compassionevoli. 
Essi elaborano una cocente delusione; specie coloro che hanno assaggiato, per qualche momento della vita, il sapore dolce dell’ “occidente”. Cosicché noi, pur proponendoci migliori di loro ( NOBILI quanto a democrazia, diritti, etc. ) non lo siamo veramente e risultiamo ai loro occhi, ipocriti e peggiori. 

Per chi vuole capire e non si accontenta di spiegazioni stupide perché troppo semplificate, il gesto più significativo che conviene analizzare sotto tutti i punti di vista, rimarrà per sempre l’attacco suicida alle torri gemelle. E’ stato uno sfregio dissacrante che somiglia molto alla profanazione dei resti imbalsamati del nobile antenato fondatore. Stessa rabbia maniacale contro i simboli. Ma se questo gesto somiglia tanto alla scena del film vuol dire che probabilmente la trama è la stessa. 

Perciò è ben posta la domanda su cosa possa aver scatenato il terrorismo di Alcaeda e di Bin Laden e facciamo bene a rileggere cosa è scritto in wikipedia sotto la voce di Osama Bin Laden. 
«Secondo l'ex analista della CIA Michael Scheuer, che ha diretto la caccia a Osama bin Laden da parte della CIA, il leader di al-Qa?ida era motivato dalla convinzione secondo cui la politica estera statunitense aveva oppresso, ucciso, o comunque danneggiato i musulmani nel Vicino Oriente, condensata nella frase: "Loro ci odiano per quello che facciamo, non per ciò che siamo"».

Il film ci viene ancora in aiuto proprio nell’ultima delle scene, quello delle bare e del forzato suicidio dei tre vigliacchi. Questa è la scena che riguarda noi “occidentali” che nell’analogia del film corrispondiamo all’antico casato nobiliare. Noi certamente non abbiamo nulla da imparare da suicidi e terroristi ( anche se in mezzo alla nostra gente il gesto suicida con o senza strage d’accompagnamento è presente e sta prendendo quota) ma certamente dobbiamo “far suicidare” più di un soggetto infedele in mezzo a noi. 
Intendo per soggetto infedele per esempio: un meccanismo di leggi finanziarie ingiuste, di produzione della ricchezza sperequante, di cinismo egoistico culturale che hanno reso la politica mondiale verso i paesi arabi più espressione della forza verso cui è lecito l’odio profondo che l’espressione di valori tipici di una civiltà nobile verso cui è attratto un profondo rispetto.
Noi metteremo fine a questo “tempo dei suicidi” solo quando avremo corretto in senso umano e “compassionevole” il nostro sistema socio-economico e cambiato i nostri stili di vita spesso così insulsi e spregevoli. 



permalink | inviato da Vincenzo10 il 2/12/2017 alle 16:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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