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Vincenzo10

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Harakiri film del 1962 e i suicidi islamici

diario 2/12/2017

Il film giapponese Harakiri diretto da Masaki Kobayashi, del 1962 narra di una curiosa pratica compassionevole che si era formata perché – come dice wikipedia - agli inizi del XVII secolo, la pacificazione violenta del Giappone ad opera dello shogunato, aveva provocato la caduta di molti signori della provincia e la conseguente creazione di un esercito di ronin (samurai caduti in disgrazia) privi di impiego e costretti a muoversi verso le città. 

Questi uomini alla deriva non avendo alcuna possibilità di lavorare essendo nobili e figli di nobili, inventarono una particolare forma di accattonaggio. In pratica il samurai in crisi si presentava al castello di un nobile signore chiedendo di fare harakiri. Il nobile feudatario, sapendo bene che era solo un modo di impietosire, cercava di distoglierlo sia con buone parole che con una cospicua donazione in moneta o in lavoro. Donazione che dopo una debole opposizione veniva regolarmente accettata. 

Il film narra la vicenda di un nobile feudatario che, stufo di questa pratica, qualche tempo addietro aveva riunito il consiglio di famiglia e insieme agli altri avevano tutti deciso di non concedere più nulla ai samurai accattoni. E così era successo che quando si era presentato uno di essi e aveva cominciato la cerimonia del harakiri nessuno degli intendenti e consiglieri l’aveva interrotto e il povero giovane aveva dovuto fare veramente harakiri. Per giunta squallido e doloroso perché eseguito con una spada di legno, triste simulacro della formidabile spada di argento e oro che aveva dovuto vendere per indigenza. 
La morte del giovane però, non aveva lasciato indifferente il suocero che decide di vendicarlo. 
Più di qualche mese dopo il triste episodio, presso la corte del castello si presenta proprio lui nella veste di aspirante al harakiri e chiede perciò la dovuta assistenza. Di fronte a tale richiesta l’intendente, ignaro della parentela, pensa bene di avvertirlo della triste sorte toccata al suo predecessore. Ma Hanshiro (è il suo nome) è irremovibile, chiede i tre samurai assistenti previsti dal rito. Ma, stranamente, questi non si trovano, o meglio, non sono disponibili perché, ancora più stranamente, tutti e tre ammalati. 
Si capirà dopo, quando Hanshiro scoprirà le carte, che in realtà era stato lui poco prima di entrare nel castello, che li aveva sfidati e li aveva umiliati tagliando loro l’onorato codino. 
Quindi la straordinaria durata dell’attesa consente a Hanshiro di raccontare la sua esistenza. 

Racconta così che lui conosceva il giovane, figlio di un grande samurai e divenuto suo genero per aver sposato sua figlia da cui aveva avuto anche un nipotino. Sapeva che Motome, (questo il nome del genero) dopo aver cercato invano lavoro, era giunto a vendere la spada, senza per questo evitare che la moglie e il figlioletto si ammalassero a causa degli stenti. Quindi era vero che si era presentato al palazzo per denaro, ma solo per salvare moglie e figlio, che senza alcun sostegno qualche giorno dopo lo avevano seguito nella morte. 
Il racconto, come prevedibile, non commuove l’intendente il cui cuore incupisce di più. 
Finito il racconto della sua storia, Hanshiro apre la veste e getta in terra davanti a lui i tre codini che aveva reciso ai tre samurai al servizio del nobile che avrebbero dovuto assisterlo. Sfidati da lui, a uno a uno, avevano ceduto l’onorato codino piuttosto che la vita e poi erano corsi a rintanarsi in casa. A questo punto il consigliere chiama le guardie. Avviene lo scontro armato. Hanshiro uccide quattro avversari e ne ferisce altri otto; poi passa a profanare i resti imbalsamati del fondatore del nobile casato e si dà la morte. 
Un gesto di valore simbolico che unisce la profanazione alla morte di una tradizione non più riconosciuta. 
L’intera vicenda ha una conclusione ancora più amara. Infatti, ufficialmente, per salvare le apparenze, a fine eccidio il nobile radunerà le vittime nel cortile, cui vanno aggiunti i tre bugiardi cui l'intendente ha imposto, senza alcuna pietà, di fare essi stessi harakiri. Farà quindi diffondere la voce che i morti fossero stati causati da un'epidemia di influenza. L'onore e il buon nome della casata sono preservati da una sapiente finzione. 

Ecco ora il mio commento al film. 
Il film illustra un’epoca di transizione: la fine del tempo dei samurai. Ma la sua trama si presta a essere considerata sotto diversi punti di vista. Come l’ho sentita e capita io la vicenda narrata ruota sulla compassione. Un sentimento che, nei tempi della decadenza, data la tradizione dei samurai, non poteva essere invocato apertamente da un nobile guerriero in difficoltà, ma che non poteva nemmeno essere eluso da un nobile arricchito che sentiva suo dovere mostrarsi generoso. 
In tali tempi, una tacita intesa era alla base di un rituale che nascondeva l’accattonaggio, un’intesa certamente originata da un autentico sentimento di compassione, ma che poi si era ridotta a una forma di sopportazione per l’ospitante e di disperazione per l’elemosinante. Insomma un cerimoniale di cui entrambi avrebbero fatto volentieri a meno. 
La scena centrale del film non è lo sfregio alla tomba del fondatore dinastico, nello sfolgorante suicidio di Hanshiro, ma il vergognoso tentativo di uccidersi con una spada di legno di suo genero Motome. 
Egli è il giovane personaggio “moderno” della vicenda. 
Motome è quello che “non ci ha pensato due volte” a vendersi la spada gloriosa e a rimpiazzarla con una di legno per aiutare economicamente la sua famiglia, e che, ingenuo e fiducioso, corre dal nobile signore, sicuro di ricevere aiuto. 
Lui è “il lato A” del nuovo che avanza - come sempre - piuttosto indifferente ai valori dell’onore e dei padri e con quel atteggiamento strafottente di chi pensa che l’elemosina compassionevole gli sia dovuta. Giovane che va incontro alla morte perché non si rende conto del “lato B” del nuovo che si è già inoltrato nel cuore del nobile e del suo clan indurendolo. 

Contro questo indurimento del cuore si scatenerà l’azione vendicativa, premeditata, del suocero Hanshiro. Il quale dapprima costringerà i presenti ad ascoltare le serie ragioni familiari che avevano mosso il giovane Motome a chiedere aiuto e la morte di tutta la famiglia che ne era derivata dopo che essi, crudelmente, ne avevano consentito lo squallido e atroce suicidio. Poi li costringerà ad ascoltare i particolari della loro vergogna, quando i loro samurai, da lui sfidati, si erano arresi per cedere alla sua lama compassionevole i loro codini piuttosto che la propria vita. Infine dopo lo scontro e l’uccisione delle guardie di palazzo conclude la sua vendetta con la profanazione della tomba del fondatore dinastico e, in uno scenario di solitudine che simboleggia anche l’estremo vuoto affettivo, si conclude il suicidio finale del personaggio. Un uomo divenuto solo e alieno al suo stesso mondo. 
Un processo di estraneazione all’ambiente umano e sociale che ricorda – vagamente - il suicidio di Anna Karenina. 

Ma, come il romanzo di Tolstoj, è un film che ci mette su una strada buona per capire meglio il modo in cui i suicidi islamici vedono noi. Io non ho mai pensato a moventi banali originati puramente nella loro religione ma ho preferito sempre cercare di mettermi, per quanto possibile, dietro il loro punto di vista. Ho pensato che noi, forse, per loro risultiamo non compassionevoli. 
Essi elaborano una cocente delusione; specie coloro che hanno assaggiato, per qualche momento della vita, il sapore dolce dell’ “occidente”. Cosicché noi, pur proponendoci migliori di loro ( NOBILI quanto a democrazia, diritti, etc. ) non lo siamo veramente e risultiamo ai loro occhi, ipocriti e peggiori. 

Per chi vuole capire e non si accontenta di spiegazioni stupide perché troppo semplificate, il gesto più significativo che conviene analizzare sotto tutti i punti di vista, rimarrà per sempre l’attacco suicida alle torri gemelle. E’ stato uno sfregio dissacrante che somiglia molto alla profanazione dei resti imbalsamati del nobile antenato fondatore. Stessa rabbia maniacale contro i simboli. Ma se questo gesto somiglia tanto alla scena del film vuol dire che probabilmente la trama è la stessa. 

Perciò è ben posta la domanda su cosa possa aver scatenato il terrorismo di Alcaeda e di Bin Laden e facciamo bene a rileggere cosa è scritto in wikipedia sotto la voce di Osama Bin Laden. 
«Secondo l'ex analista della CIA Michael Scheuer, che ha diretto la caccia a Osama bin Laden da parte della CIA, il leader di al-Qa?ida era motivato dalla convinzione secondo cui la politica estera statunitense aveva oppresso, ucciso, o comunque danneggiato i musulmani nel Vicino Oriente, condensata nella frase: "Loro ci odiano per quello che facciamo, non per ciò che siamo"».

Il film ci viene ancora in aiuto proprio nell’ultima delle scene, quello delle bare e del forzato suicidio dei tre vigliacchi. Questa è la scena che riguarda noi “occidentali” che nell’analogia del film corrispondiamo all’antico casato nobiliare. Noi certamente non abbiamo nulla da imparare da suicidi e terroristi ( anche se in mezzo alla nostra gente il gesto suicida con o senza strage d’accompagnamento è presente e sta prendendo quota) ma certamente dobbiamo “far suicidare” più di un soggetto infedele in mezzo a noi. 
Intendo per soggetto infedele per esempio: un meccanismo di leggi finanziarie ingiuste, di produzione della ricchezza sperequante, di cinismo egoistico culturale che hanno reso la politica mondiale verso i paesi arabi più espressione della forza verso cui è lecito l’odio profondo che l’espressione di valori tipici di una civiltà nobile verso cui è attratto un profondo rispetto.
Noi metteremo fine a questo “tempo dei suicidi” solo quando avremo corretto in senso umano e “compassionevole” il nostro sistema socio-economico e cambiato i nostri stili di vita spesso così insulsi e spregevoli. 



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Samurai in panchina

diario 12/11/2017

Osservo spesso i vecchi come me….quelli che stanno bene in salute e che non sono tanto vecchi da stare tutto il giorno in casa. Se mi siedo su una panchina, dopo un po’ un vecchio mi chiede di potersi sedere anche lui e poi, vagamente guardando, mi rivolge la parola – sempre educatamente – e quasi sempre a partire dal tempo che fa. 

Il barbiere è più vecchio di me; lo conosco da anni, non ha più la moglie e pur avendo due figli vive in mezza solitudine, pago della sua bottega e dei clienti con cui scambia chiacchiere su chiacchiere. Un altro vecchio che mi abita vicino lo incontro spesso al lago con la tuta mentre cammina svelto e suda per mantenersi in forma. Un altro va in bicicletta e un altro vicino è fissato con le piante del suo giardino e lo incontro armato di cesoie per potare la siepe. Una coppia che conosco va a ballare qualche volta ma ha anche da accudire la madre di lei ancora più anziana. 

Chi più, chi meno si lamentano dei giovani. E per giovani intendono principalmente i figli di circa 30-40 anni. Per alcuni i figli sono una croce da cui non si libereranno mai e io ho ascoltato storie commoventi che vi risparmio. Per la completezza del tema voglio dire che ho registrato anche storie di giovani ovvero di figli giovani che si son presi la croce di genitori malati e se la stanno portando con dignità. Cito entrambe le facce della medaglia per dire che ho l’impressione che si tratti di una malinconia senile più che di una realtà ben precisa. Anche perché se – con un'altra telecamera (faccio per dire) – ci mettiamo a visionare i comportamenti, in entrambe le categorie ci sono scempiaggini e futilità e l’ incomprensione che ne deriva è reciproca. 

Comunque c’è qualcosa che rattrista i vecchi non “mal vissuti” di manzoniana memoria, vecchi che sono stati giovani, laboriosi, studiosi, che da adulti hanno continuato ad esserlo aggiungendo onestà. Insomma che hanno preso fin da subito la vita con serietà e che alla fine, pur avendo accumulato un tesoro di esperienze di vita si trovano costretti ad omologarsi a un andazzo di vita futile e superficiale, malata dell’ideologia salutista e giovanilista ad oltranza.  
I loro bravi figli, giovani dei nostri tempi, non mostrano interesse per la saggezza proveniente da vita vissuta da persone valorose e così li trattano come servi sciocchi buoni solo per i nipoti fino a che sono in salute. Poi, quando si straniscono e si deteriorano, come degli animali che non si ha il coraggio di uccidere e si abbandonano negli ospizi. 

Il non poter trasferire saggezza da parte di persone che fin da giovani hanno “preso sul serio” la parabola della vita, che sanno di non aver trascorso la propria vita invano e di conseguenza sanno quanto sia importante per un giovane esser nutrito dalla saggezza di un vecchio “ben vissuto” rende queste nobili persone dei frustrati vieppiù immalinconiti dalla certezza del grande sbaglio che l’umanità giovane e gaudente commette principalmente verso se stessa.

La saggezza senile, come la spada del samurai, non è più richiesta.

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Trafitti da una manciata di proiettili, per loro fu subito sera. Stephen Paddock

diario 11/10/2017

Una spiegazione della strage di Las Vegas? Forse i più saggi sono quelli che nemmeno li leggono i giornali e pensano che una vera spiegazione non ci sia. Punto. Ma sono in molti “suggestionati” dal mistero di questo Paddock tra cui io sottoscritto che non riesco a non pensarci. 

Me lo immagino in un giorno qualsiasi, qualche mese prima della strage, quando si sveglia la mattina a Mesquite e comincia la sua giornata dando un’occhiata alla finestra. Sicuramente rivolta alle montagne del Nevada, lontane e bellissime, come da noi può essere il mare visto da lontano. Una città USA che google map mostra in foto come pulita, benestante, con case basse e rarefatte, circondata da una natura spaziosa e parzialmente desertica. Alcuni negozi, resort, un centro commerciale, parcheggi troppo grandi previsti per una popolazione in crescita e che è più che raddoppiata passando da 9,4 mila abitanti nel 2000 a 19,9 mila nel 2008. Richiamata da due casinò che dimostrano l’intenzione degli imprenditori di intercettare la domanda di gioco d’azzardo, soprattutto anziana, prevista in espansione. Un degno satellite di Las Vegas. 

Quest’uomo ha una compagna che gli ha dormito accanto. Si salutano e fanno colazione insieme. Lei sa che qualcosa non va nel partner ormai da troppi giorni, ma preferisce non approfondire, non disturbarlo. Si sente inferiore a lui sia d’età che economicamente. Una convivenza così…leggera come ce ne sono tante. 

Lei Danley, la sua compagna, lavorava a Mesquite nel casinò locale “il fiume Vergine”. Vestita come le altre con gonna nera strettissima... girando tra i giocatori d’azzardo mentre, in ozio, erano intenti a guardare le corse dei cavalli, prenotava scommesse. Cattolica, assisteva spesso alla messa domenicale in una chiesa locale. 
Ha detto agli investigatori che negli ultimi mesi Paddock sembrava stare peggio del solito, sia mentalmente che fisicamente. Poi però lei se ne è andata comunque nelle Filippine; due settimane prima. 

Ho schizzato questo ritratto e potrei allungarmi per parlare del fratello Eric e della madre semplicemente per illustrare il concetto per il quale la “malattia” non stava solo nella testa di Paddock. In ognuna delle teste di parenti prossimi che lo hanno circondato manca qualcosa. Penso che manchi la tenerezza... qualcosa che ha a che fare con la compassione... in un ambiente umano che somiglia vagamente a quello del Grande Gatsby. Forse manca in tutti gli americani , ma ne parlerò ancora in altre occasioni. 

C’è poi qualcosa di “svitato” nella costituzione americana e quindi in tutti gli americani. Dopo la strage la vendita delle armi ha avuto un aumento. Dicono che il mercato libero delle armi non c’entra, ma intanto la strage è stata direttamente proporzionale al numero e alla potenza delle bocche da fuoco e se Paddock avesse potuto acquistare una piccola bomba atomica, la strage  sarebbe stata ancora più grande. 

Ubriaco di gioco d’azzardo o forse approdato al terrorismo a questo punto non fa molta differenza. Perché si pone l’eterno quesito: come fa uno ad accorgersi che sta diventando matto e come può da solo arginarsi? 

Tra le varie fonti vedi: https://www.nytimes.com/2017/10/07/
us/stephen-paddock-vegas.html

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Ognuno sta solo sul cuor della terra…… non mi piace.

diario 5/10/2017

La poesia di Salvatore Quasimodo non mi piace. Non perché io sia insensibile alla suggestione dell’immagine e dei versi, quanto perché penso che non è vero che la solitudine sia nella natura ultima dell’uomo. E non nel senso banale in cui tutti intendiamo la solitudine, ma per il fatto che ognuno di noi si porta dentro uno spicchio degli altri e sono loro che ci attraversano da parte a parte mentre il raggio di sole muore nel buio della nostra anima. 

Sono gli altri che prima di noi hanno dato un senso alla vita e alla morte e poi alla nostra stessa esistenza. Ora è stata la mamma, ora il papà, gli insegnanti, i coetanei, i preti, i medici e poi sarà l’ultimo infermiere pietoso. Cosicché ognuno di noi è nodo di una rete di rapporti umani i cui rami sono percorsi da oggetti come il linguaggio o come le medicine inventati dalla comunità degli esseri umani. Ma c’è di più perché la comunità ha fissato l’oggettività della realtà esteriore tanto che potremmo dire che senza gli altri la realtà esteriore è un incomunicabile delirio da parte di ogni individuo. 

In poesia affermare la solitudine in senso assoluto significa disconoscere gli altri; in fondo disprezzarli con un tocco di snobismo. C’è un particolare che sembra darmi ragione circa questi famosi versi.  

Nel 1930, nella raccolta poetica Acque e terre, Salvatore Quasimodo pubblicava il seguente testo, intitolato Solitudini:
(Vedi: http://forum.indire.it/repository_cms/working/export/6109/15.htm
Vedi: http://www.lebellepagine.it/res/site51630/res604709_Solitudini-e-interpretazione.pdf)

Una sera: nebbia, vento, / mi pensai solo: io e il buio.Né donne; e quella / che sola poteva donarmi / senza prendere che altro silenzio, / era già senza viso / come ogni cosa ch’è morta / e non si può ricomporre.Lontana la casa, ogni casa / che ha lumi di veglia / e spole che picchiano all’alba / quadrelli di rozzi tinelli.Da allora / ascolto canzoni di ultima volta.Qualcuno è tornato, è / partito distratto / lasciandomi occhi di bimbi stranieri, / alberi morti su prode di strade / che non m’è dato d’amare.Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.

Da qui si capisce che il pezzo finale, che poi Quasimodo ha reso autonomo conferendogli – per me inopportunamente - una connotazione universalistica, è stato amputato da un contesto originario in cui è descritta la morte della MADRE del poeta. Ed è questo umano sentimento della perdita che genera la sconsolata ( ma poeticamente bellissima) chiusura finale. Che riletta nel contesto originale perde quel tocco di snobismo che io vi ho percepito.

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Voglio essere curato

diario 30/9/2017

Per tornare a Platone, la gente che vede solo i cavalli - nel nostro caso i delinquenti in cronaca - e perciò vede solo chi ha commesso il delitto, non ha gli occhi della mente per vedere il nostro Sistema Carcerario, questo Grande Satana che inghiotte persone che sbagliano e restituisce delinquenti scaltriti.

Stavo cercando degli esempi di mal funzionamento della istituzione carceraria quando ieri sera (29set) al TG1 h20 hanno dato una delle solite notizie di stupratori. 
Un certo Bianchi di 40 anni “arrestato nel 2006” per aver abusato di 20 ragazzine e rimesso in libertà dopo otto anni di carcere ha di nuovo seguito una ragazzina fin dentro l’androne di casa e lì l’ha bloccata e violentata. Avrebbe dovuto scontare 12 anni ed è uscito prima per sconti di pena regolarmente previsti dalla legge. 

Ma la cosa singolare che viene “a fagiolo” a dimostrazione di ciò che vado pensando da qualche tempo è che il tizio poco dopo arrestato ha dichiarato ai giornalisti. “Speravo di essere guarito, avevo una fidanzata e volevo sposarmi. Ci sono ricaduto e voglio essere curato”. Ha detto proprio così: “voglio essere curato”. 

Dato che, con ogni evidenza, si tratta di una frase ipocrita, aggiustata sulle circostanze, io prego chi mi legge di riflettere sul perché questa persona ha scelto di dire proprio questa frase. A me appare evidente un qualcosa che si apprende in carcere, negli ascolti delle linee di difesa avvocatesche, dove la verità giuridica è una cosa e la verità umana è un'altra….  
Mi appare poi evidente che nessuno ha valutato la grave responsabilità di concedere ben quattro anni di sconto di pena sulla base di un serio accertamento “sulla persona reale”, e su quale processo rieducativo l’avesse coinvolta. 

Ma non è solo questa la disfunzione che potrebbe essere ascritta a debolezza tecnica e organizzativa. Il fatto è che qui è in gioco “la malattia mentale” ovvero qualcosa che, per molti, non può essere vista e controllata né dare certezze se è presente e tanto meno se è guarita. Per cui un arrestato che si presenta e dice: “Voglio essere curato” si troverà di fronte quasi certamente a un processo con dibattito accademico tra avvocati. Rimbalzeranno gravi parole tra la difesa che ha già il terreno approntato dalle dichiarazioni dello stesso imputato e  infatti dirà che lui ha sbagliato ancora una volta, è vero, ma che è disposto a curarsi. E la accusa che marcherà il carattere refrattario dell’individuo. 

Questo esempio io l’ho portato per ribadire il concetto che la rieducazione, esito esclusivo della compassione nella istituzione carceraria, è una faccenda seria, che ha bisogno di progettazione continua da parte di esperti, di personale specializzato, di strutture adeguate, di tanti soldi. E' una rieducazione modulata da indicatori di percorso e di esito assolutamente affidabili e oggettivi e avente poco a che fare con la logica dei permessi o semilibertà o riduzioni di pena. 
Non è una scusa plausibile che un sistema di rieducazione possa essere messo in crisi dal lato psicologico, apparentemente imponderabile, della persona umana. 
Siamo una civiltà che lavora con la psicologia per fare marketing, che usa la psicologia per selezionare il personale etc. e non sappiamo rieducare in carcere? 

Infine. Avere un ambiente fisico carcerario idoneo non è la soluzione ma è la premessa di programmi rieducativi efficaci. Se non c’è nemmeno l’ambiente fisico che la legge dovrebbe garantire, le cose si mettono male. 
Pubblicato su Repubblica il 31- lug -17 in uno dei tanti ritratti della situazione si dice: 
<< L’Associazione Antigone denuncia un tasso di affollamento carcerario del 113,2% in Italia. Ogni detenuto non dispone neanche di quei 3 mq di spazio personale previsti dalla legge. I suicidi sono già arrivati a 29, dall'inizio dell'anno>> 

Diciamo che NON VOGLIAMO imboccare con decisione la strada di una riforma carceraria seria.

Riferimento qui: http://www.repubblica.it/solidarieta/
dirittiumani/2017/07/31/news/carceri_in_italia_crescono_pericolosamente_
sovraffollamento_e_suicidi-172043754/

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Honest Accounts 2017 - Come il mondo profitta dalla ricchezza dell'Africa – Ricerca finanziata da Global Justice Now. Maggio 2017

Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.
OXFAM BRIEFING PAPER GENNAIO 2017
Alla fine del 2014 la ricchezza netta delle famiglie italiane era in media di 218.000 euro. Il patrimonio del 30 per cento delle famiglie italiane più povere (7.000 euro in media) rappresentava meno dell’1 per cento della ricchezza complessiva; per contro, il 5 per cento delle famiglie più abbienti, con un patrimonio medio di 1.300.000 euro, deteneva oltre il 30 per cento della ricchezza complessiva. Per larga parte delle famiglie il patrimonio è costituito in misura preponderante dall’abitazione di residenza. Tra il 2012 e il 2014 la ricchezza netta familiare media è scesa in termini reali dell’11 per cento, per effetto di una significativa diminuzione tra le famiglie più abbienti (-15 per cento nel quinto più alto) dipesa in larga parte dal calo del prezzo degli immobili. Per le famiglie al di sotto della mediana della ricchezza, il patrimonio netto medio è aumentato del 4 per cento, quasi interamente per il calo delle passività finanziarie che riflette sia la minore esposizione media degli indebitati sia il minor numero di questi ultimi. L’indice di Gini della ricchezza netta è diminuito di tre punti, al 61 per cento. 
Banca d’Italia. Supplementi al Bollettino Statistico. Indagini campionarie. I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012. Anno XXV - 03 Dicembre 2015.

Andamento dell'indice di Gini secondo la Banca d'Italia

Caravaggio Madonna dei Pellegrini 1604-1606

Un altra idea di mercato

Edizioni Il Margine 2012

Fiore d'ortica

La pagina cruciale dell'articolo di Michelson 1887

Centrale nucleare di Latina

                                                 
                   
                 

 

 

Abbazia di Fossanova

 

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